RIPASSIAMO L'ITALIANO - GUIDA PRATICA ALLA GRAMMATICA ITALIANA

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IL VERBO



Il verbo è la parola che designa un'azione, un avvenimento, uno stato, una qualità o proprietà, l'esistenza del soggetto.
Le determinazioni essenziali del verbo sono le seguenti:

Le determinazioni del verbo
la persona prima, seconda, terza
il numero singolare e plurale
il modo finito (indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo)
indefinito (infinito, participio, gerundio)
il tempo presente: presente
passato: imperfetto, passato prossimo, passato remoto, trapassato prossimo, trapassato remoto
futuro: futuro semplice e anteriore
il genere transitivo, intransitivo
la forma attiva, passiva, riflessiva


Tutti i verbi si distinguono in due grandi classi: transitivi ed intransitivi. Si dice transitivo il verbo la cui azione passa direttamente dal soggetto al complemento oggetto (Giuseppe legge un libro), mentre è intransitivo il verbo che esprime un modo di essere del soggetto o un'azione che non passa su un complemento oggetto (Giuseppe legge; Luigi corre a casa).

Attenzione: per riconoscere un verbo transitivo, in alcuni casi non è necessaria la presenza del complemento oggetto, poiché quest'ultimo può essere sottinteso. Ad esempio, nella frase Giuseppe legge, il verbo leggere viene usato in forma assoluta e continua a conservare la sua classe transitiva anche se non viene esplicitato il complemento oggetto (cioè "un libro"). In sostanza, la frase evidenzia comunque l'azione compiuta dal soggetto: è implicito che un oggetto esista, poiché è impensabile una lettura priva di un elemento su cui concretizzarla.

Per quanto attiene ai verbi intransitivi, si può aggiungere che spesso sono riferiti ad uno stato del soggetto o ad una sua azione pienamente definita senza dover aggiungere un complemento.
Ecco alcuni esempi con verbi intransitivi:
1) Giuseppe impallidisce;
2) la roccia frana;
3) l'acqua gorgoglia;
4) Giuseppe è distratto;
5) il treno parte;
6) arriva la primavera (ovviamente, la "primavera" è il soggetto dela frase).

Nei periodi sopra elencati, vengono descritti stati d'animo, situazioni, condizioni che non necessitano di ulteriori elementi (cioè di complementi oggetto) per avere un senso compiuto; qualora essi venissero aggiunti, servirebbero soltanto a specificare, a precisare meglio il concetto o la circostanza.

Altri esempi di verbi intransitivi sono aderire, rinunciare, giovare, ecc.; il riferimento dell'azione esiste, ma è espresso da un complemento indiretto: aderisco ad un'iniziativa; rinuncio alla partenza; giova alla salute.

L'ausiliare 'essere' si riscontra di solito nei tempi composti di parecchi verbi intransitivi, mentre l'ausiliare 'avere' è caratteristico dei tempi composti dei verbi transitivi. Va però sottolineato che non si tratta di una regola fissa, di una peculiarità discriminante, poiché può accadere che un verbo intransitivo richieda l'ausiliare "avere", come nel caso dei verbi "parlare", "esclamare", "riflettere".

Inoltre, va ricordato che la distinzione tra verbi transitivi ed intransitivi non è assoluta. Talvolta, alcuni verbi intransitivi diventano transitivi, prendendo come complemento oggetto una parola ricavata dalla loro stessa radice o dal loro significato (è il complemento oggetto interno): vive una vita di stenti; ha pianto tutte le sue lacrime.
Altre volte sono i verbi transitivi che diventano intransitivi, cambiando di significato: la valanga rovinò sulle case; lo spettacolo è già cominciato; "attendere una risposta" può divenire "attendere ad un compito".

I verbi intransitivi hanno solo la forma attiva, poiché l'azione compiuta in sé non ricade su un complemento oggetto, cioè non "esce" dalla sfera del soggetto; i verbi transitivi, invece, possono avere tre forme: attiva, passiva, riflessiva.
  • La forma attiva si ha quando il soggetto compie l'azione espressa dal verbo: Marco legge il giornale.
  • La forma passiva è quella in cui il soggetto subisce l'azione espressa dal verbo: Il bravo scolaro viene lodato dal maestro.
  • La forma riflessiva indica azione che si riflette sul soggetto che la compie: Io mi vesto; essi si lavano.
Nell'esempio di forma passiva sopra citato, l'elemento che compie l'azione e che agisce è "il maestro" e non il "bravo scolaro" (soggetto). Di conseguenza, nell'analisi logica della frase, si parla di complemento di agente e di complemento di causa efficiente quando si tratta di agente inanimato (ad esempio, "I turisti vennero sorpresi dalla tempesta").

La forma passiva si può avere anche quando il complemento d'agente o il complemento di causa efficiente non sia specificato: ad esempio, il colpevole è stato punito, la nave è stata affondata, gli ordini non sono stati rispettati.

Il significato di una frase di forma attiva è sostanzialmente identico a quello della stessa frase resa in forma passiva. Riprendendo gli esempi dello schema iniziale, non si riscontreranno differenze di significato nelle frasi "Il maestro loda il bravo scolaro" (forma attiva) e "Il bravo scolaro viene lodato dal maestro".
A cambiare sono gli elementi grammaticali e la focalizzazione dell'attenzione: nel primo esempio, si mette in risalto il ruolo del maestro (soggetto) nei confronti dello scolaro (complemento oggetto); nel secondo, si evidenzia l'alunno (soggetto) che riceve le lodi dall'insegnante (complemento di agente).

Un verbo transitivo può diventare passivo in tre modi:
a) premettendo al suo participio passato le voci corrispondenti del verbo essere: io sono lodato; tu eri lodato; che essi siano lodati, ecc.
b) premettendo al suo participio passato, nei tempi semplici, le voci corrispondenti del verbo venire: io vengo chiamato; egli veniva lodato; che egli venga punito; voi verreste licenziati, ecc.
c) premettendo alle sue voci attive, ma solo per le terze persone singolari e plurali dei tempi semplici, la particella pronominale si, che in questo caso prende il nome di si passivante: questo libro si legge molto volentieri; si attraversò un'ampia pianura; si vedevano molte luci sulla collina.

La proposizione (?) attiva può essere sempre trasformata in passiva, e quest'ultima in attiva: ad esempio, La mamma allatta il bimbo; il bimbo è allattato dalla mamma. Nel trasformare la proposizione attiva in passiva, si fa diventare soggetto il complemento oggetto (il bimbo) e si cambia il soggetto (la mamma) in complemento (?) di agente, facendolo precedere dalla preposizione da. Come già spiegato, quando il complemento di agente è espresso da un nome di cosa, è detto complemento di causa efficiente.
La forma attiva si cambia in passiva in uno dei tre modi sopra ricordati.



La forma riflessiva

La forma riflessiva del verbo non è altro che il verbo nella sua forma attiva (?), accompagnato dalle particelle pronominali (?) mi, ti, si, ci, vi, si che precedono immediatamente il verbo nei modi finiti o lo seguono encliticamente nell'imperativo e nei modi infiniti. Le particelle rappresentano il soggetto, ma fanno da complemento oggetto (?) del verbo: ad esempio, io mi lavo (io lavo me), tu ti lavi, egli si lava, noi ci laviamo, voi vi lavate, essi si lavano.
Non si ha dunque forma riflessiva quando le particelle svolgono la funzione del complemento di termine (?): ad esempio, Io mi lavo il fazzoletto (io lavo il fazzoletto a me); Noi ci prepariamo la colazione (noi prepariamo la colazione a noi stessi). Questa forma con la particella pronominale che non fa da complemento oggetto si dice riflessiva apparente.

Simile alla forma riflessiva è poi la forma reciproca che, nelle sole voci plurali del verbo, esprime con le particelle pronominali ci, vi, si un'azione scambievole tra due o più persone: ad esempio, Noi ci aiutiamo; Voi vi salutate; Essi si lodano a vicenda.
Per distinguere con sicurezza la forma riflessiva da quella reciproca, bisogna vedere se nel senso della frase nuoccia o no l'aggiunta delle parole a vicenda, fra loro, l'un l'altro o simili.


La forma pronominale

La forma pronominale è quella in cui alcuni verbi intransitivi (?) sono accompagnati dalle particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi, si che hanno solo funzione pleonastica e formano una cosa sola col soggetto: ad esempio, io mi dolgo; egli si pente; noi ci accorgemmo dell'errore.
In questi casi è evidente che le particelle pronominali non hanno valore di complemento oggetto (?) o di termine (?); non si può cioè dire: "io dolgo me stesso o a me stesso"; "egli pente se stesso o a se stesso"; "noi accorgemmo noi stessi o a noi stessi". In tal modo si può agevolmente distinguere questa forma da quella riflessiva.
Tra le forme pronominali del verbo è da notare l'uso comunissimo di rafforzare alcuni verbi intransitivi (?) con le particelle pronominali raggruppate me ne, te ne, se ne, ce ne, ve ne, se ne, che sono adoperate in senso puramente pleonastico : ad esempio, me ne infischio, te ne cadi, ve ne dispiacete.
Tra i verbi pronominali figurano alcuni che, separati dalle particelle pronominali, cambiano di significato, come abbocarsi (venire a colloquio con uno), abboccare (prendere con la bocca); apporsi (indovinare, non ingannarsi), apporre (aggiungere); sovvenirsi (ricordare), sovvenire (soccorrere).

Altri invece non cambiano affatto il significato :

affogare affogarsi
annegare annegarsi
ammalare ammalarsi
riposare riposarsi
sbigottire sbigottirsi
disperare disperarsi
lamentare lamentarsi
sbagliare sbagliarsi


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LA CONIUGAZIONE DEL VERBO



La coniugazione del verbo consiste nella variazione della desinenza in rapporto a 4 elementi:
  • il soggetto che compie l'azione (e può essere di prima, seconda, terza persona e di numero singolare o plurale);
  • il modo in cui è presentata l'azione (come certa, indicativo; come possibile, congiuntivo; come subordinata ad una condizione, condizionale; come un ordine, imperativo; in maniera indeterminata, infinito, participio, gerundio;
  • il tempo in cui avviene (presente, passato, futuro);
  • la vocale tematica, caratteristica di ciascuna coniugazione a cui il verbo appartiene (a della prima, e della seconda, i della terza), che però non resta invariata per tutta la coniugazione né è sempre presente.
Il verbo varia secondo uno schema, che è fisso per i verbi regolari e che si articola nelle varie forme.
I verbi che non seguono nella variazione il paradigma delle tre coniugazioni regolari si dicono irregolari.

Le coniugazioni sono tre, distinte dalla terminazione dell'infinito presente: -are per la prima coniugazione; -ere per la seconda; -ire per la terza. A queste bisogna aggiungere le coniugazioni dei due verbi ausiliari, essere e avere.


Gli ausiliari

Gli ausiliari essere ed avere ci "aiutano" a formare i tempi composti degli altri verbi.
L'ausiliare essere si usa:
  • per tutti i tempi della forma passiva: ad esempio, sono amato, siete lodati;
  • per i tempi composti della forma riflessiva o pronominale: ad esempio, si sono salutati, si sono lasciati, si è pentito del suo atto;
  • coi verbi impersonali e con quelli adoperati impersonalmente: ad esempio, si è convenuto, è stato detto, è accaduto, mi è rincresciuto. Attenzione, però: il verbo fare, usato impersonalmente, richiede avere. Ad esempio, ieri ha fatto molto caldo, ha fatto cattivo tempo, ha fatto giorno. Nella forma riflessiva, invece, il verbo fare prende l'ausiliare essere: si è fatto notte;
  • coi verbi sembrare, divenire, parere: mi è parso, ci siete sembrati, sono divenuti amici;
  • coi verbi indicanti moto, quando questo sia considerato in relazione ad una mèta: sono corsi da te, sono andato a casa di amici, è scivolato sui gradini delle scale. Però: ho camminato, ha passeggiato lungo la riva del mare, hanno viaggiato tutta la notte, abbiamo vagato vanno usati con questa forma;
  • coi verbi che esprimono un'azione compiuta nel soggetto: ad esempio, sono cresciuto, è morto, siete ringiovaniti, era invecchiato;
  • coi verbi che indicano fortuna, caso: accadere, avvenire, succedere, capitare, toccare, dipendere, derivare. Inoltre: valere, costare.
L'ausiliare avere si usa:
  • nei tempi composti dei verbi transitivi, nella forma attiva: ad esempio, noi abbiamo vinto, ho temuto il peggio, avevano costruito una casa;
  • coi verbi intransitivi che esprimono un'attività fisica o morale: avete dormito troppo, ho sognato mio nonno, hanno vissuto a lungo;
  • coi verbi intransitivi (?) indicanti moto, purché sia considerato in se stesso e resti circoscritto in un luogo: ho corso nel giardino di casa; stavano raggiungendoci, ma poi hanno tardato.
In conclusione, si può dire che l'uso dei due ausiliari (?) obbedisce a regole fisse quando si tratta di verbi transitivi nella forma attiva o di verbi passivi, impersonali o riflessivi; quando invece si tratta di verbi intransitivi occorre consultare il vocabolario.

I verbi servili volere, potere, dovere, ecc., quando sono usati in modo assoluto senza un verbo infinito che li accompagni, vogliono tutti - tranne solere - l'ausiliare avere: ad esempio, ho voluto, ho potuto, ho dovuto, ecc. Quando invece svolgono la funzione di verbo servile, prendono di regola l'ausiliare richiesto dall'infinito del verbo che servono: non è voluto restare, non ha potuto dormire, è dovuto partire. Tuttavia la lingua contemporanea ammette di regola, in simili casi, anche l'ausiliare avere, specie quando si vuol dare particolare rilievo al verbo servile nei confronti dell'altro: ad esempio, non ha voluto restare, ha dovuto partire.

Quando ad un ausiliare seguono più participi, che richiedono tutti lo stesso ausiliare, si può evitare di ripeterlo dinanzi ad ogni participio: ad esempio, Furono arrestati, gettati in carcere, spogliati dei loro vestiti, messi a giacere su un pagliericcio e sfamati di solo pane.

Quando l'infinito dipendente è un riflessivo, sono ammessi due costrutti:
a) Non s'era voluto lavare. - Non aveva voluto lavarsi.
b) Vi siete dovuti accontentare. - Avete dovuto accontentarvi.

Oltre ai due ausiliari essere e avere, in alcuni casi speciali possono svolgere la funzione di ausiliari i seguenti verbi:
  • venire si usa al posto di "essere" per formare il passivo dei verbi: ad esempio, io vengo punito, tu vieni lodato, noi verremo espulsi, ecc. Con il gerundio di un altro verbo indica un'azione graduata: ad esempio, mi vengo accorgendo, ci veniva raccontando l'accaduto;
  • andare si usa, a volte, come ausiliare solo per la terza persona singolare o plurale dei verbi transitivi, col significato di è necessario, deve essere: ad esempio, questo ragazzo va punito, il cibo va ben masticato, i lavori andavano eseguiti meglio. Con l'infinito o il gerundio di altro verbo, andare indica azione continuata: ad esempio, andava dicendo la verità, andrà a vedere la partita.
    La costruzione dei verbi andare e venire con le preposizioni a e di e l'infinito di altro verbo per esprimere il significato di star per fare, aver fatto or ora è un francesismo da evitare assolutamente: ad esempio, vado a dire, veniamo di scrivere (è più corretto dire: sto per dire, abbiamo terminato or ora di scrivere);
  • stare costruito con un gerundio o con un infinito preceduto dalla preposizione a indica azione continuata o stato, condizione, posizione: ad esempio, stiamo conversando con amici, staremo a vedere, sto a sedere.


TEMPI E MODI DEL VERBO



Modi finiti

L'indicativo è il modo della realtà e della certezza ed esprime un fatto reale o supposto come tale.
Ha 8 tempi, di cui 4 semplici (presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice) e 4 composti (passato prossimo, trapassato prossimo, trapassato remoto, futuro anteriore).
Si usa nelle proposizioni principali enunciative, nelle secondarie soggettive ed oggettive (specie con i verbi affermativi), nelle causali, consecutive, temporali, locative, avversative, modali, ecc.

Il presente, oltre ad indicare un'azione o uno stato che si svolge nel momento in cui si parla, può essere usato anche:
a) nei proverbi, nelle sentenze e negli aforismi, per indicare che l'azione continua sempre: ad esempio, il sole riscalda la terra; la fortuna aiuta gli audaci; chi va al mulino s'infarina. Tuttavia, negli aforismi e nei proverbi si usa a volte il passato remoto: ad esempio, un bel tacere non fu mai scritto;
b) al posto di un tempo passato, per dare maggior vivacità al racconto (cosiddetto presente "storico"): ad esempio, Cesare giunge in Egitto ed è informato dell'uccisione di Pompeo;
c) per esprimere un'azione o uno stato abituale o che si ripete con regolarità (cosiddetto presente iterativo): ad esempio, Natale cade in dicembre; tutti gli anni andiamo in vacanza ad Ischia; il Parlamento fa le leggi;
d) per indicare un fatto che si avvera sempre, in tutti i tempi: ad esempio, la terra gira intorno al sole;
e) per riferire passi di autori: Dante dice: "Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui". Socrate afferma: "Conosci te stesso";
f) per dare maggiore insistenza al fatto (cosiddetto presente "modale", usato soprattutto nei titoli giornalistici): Il Presidente del Consiglio convoca i ministri; Spara al rapinatore e lo uccide;
g) per indicare cose e fatti futuri, quando essi sono certi e si vogliono esprimere con maggior sicurezza: ad esempio, domani parto per Milano; questa estate vado a Venezia.

L'imperfetto indica:
a) un'azione o uno stato nella sua durata in rapporto al passato: pioveva quando uscimmo; Giuseppe dormiva quando lo andai a trovare; era già sera, quando rientrammo in casa;
b) un'azione ripetuta nel passato (imperfetto "iterativo"): tutti gli anni passavamo l'estate al mare; ogni anno erano rimandati a settembre;
c) azioni o stati descrittivi o narrativi: C'era una volta...; una fitta nebbia copriva la vallata.

Usi particolari dell'imperfetto:
- al posto del condizionale passato per esprimere un'irrealtà nel passato, specie con i verbi servili: Dovevi salutare il tuo maestro (per significare: avresti dovuto salutare); Volevamo avvisarvi del nostro arrivo (per significare: avremmo voluto avvisarvi).
- come espressione di cortesia o di modestia: Desidera, signore? - Volevo un chilo di pane (meno categorico di: voglio); Ci premeva conoscere il referto medico (per significare: desidereremmo conoscere);
- in funzione di passato remoto (imperfetto storico): Nel 1959 si apriva il Concilio ecumenico Vaticano II;
- come imperfetto "cronistico": Nel sorpassare un autocarro l'auto sbandava e andava a sbattere contro il guard-rail;
- come imperfetto "incidentale", per riprendere il filo del discorso: Quella malattia, come ti dicevo poco fa, si risolse con una operazione ben riuscita.

Il futuro semplice si usa per indicare:
a) un'azione o uno stato che si realizzerà in un tempo futuro, prossimo o non: Domani verrò a trovarti; Non sapremo mai la verità;
b) in luogo dell'imperativo, di un comando assoluto o attenuato: Tu non te ne andrai; Imparerete a memoria questa poesia;
c) un dubbio, un'incertezza, una congettura: Sarà vero, ma ho i miei dubbi; Il maestro ti dirà che sono arrivato tardi a scuola;
d) una concessione: Potrai dire quel che vorrai, ma io resto con le mie idee.

Il passato prossimo indica:
a) un'azione avvenuta in passato, ma i cui effetti durano ancora: E' nato nel 1950 ed è tuttora vivente; Manzoni ha scritto "I Promessi Sposi";
b) un'azione compiuta in un tempo non ancora interamente trascorso: Oggi sono invitato a pranzo da un amico; Stasera non ho telefonato ancora a mia moglie;
c) un fatto avvenuto nello stesso giorno in cui parliamo: Oggi mio figlio è partito per la Spagna; Avete udito ciò che ha detto? - Sì, ma non ci ha convinto.

Il passato remoto indica un'azione conclusa, staccata dal presente. E' il tempo proprio della narrazione: Mecenate aiutò gli artisti; Tu Venisti con molto ritardo.
Si usa anche nei proverbi: Un bel tacer non fu mai scritto.

Il trapassato prossimo indica un'azione interamente compiuta quando ne è sopravvenuta un'altra: Era già uscito, quando andai a trovarlo; Avevamo appena finito di pranzare, quando arrivò la notizia della promozione di nostro figlio.

Il trapassato remoto indica un'azione portata a termine prima di un'altra, pure passata, espressa dal passato remoto: Appena lo ebbe salutato, partì; Dopo che ebbero cenato, andarono al cinema.

Il futuro anteriore indica un'azione anteriore ad un'altra futura: Dopo che avrai esaminato bene la questione, potrai darmi il tuo parere; Andremo in montagna, dopo che avremo finito le scuole. Il futuro anteriore viene usato talvolta per indicare fatti passati, sui quali si voglia esprimere dubbio, incertezza, supposizione: Sarà stato attento, ma non lo dimostrava; Avrà incontrato una pattuglia e sarà stato preso (Calvino).


Il congiuntivo è il modo che esprime una azione possibile, incerta o desiderata. Ha 4 tempi: presente, imperfetto (tempi semplici), passato, trapassato (tempi composti).
Si usa nelle proposizioni principali volitive, suppositive e meditative ed in numerose proposizioni secondarie: soggettive e oggettive introdotte dai verbi indicanti un'opinione, un'affermazione incerta o una testimonianza dei sensi (credo, spero, suppongo, sento, mi pare), una volontà o un sentimento (voglio, mi auguro, sono lieto, mi dispiace); nelle proposizioni interrogative indirette, relative e nel discorso indiretto.
Esempi: Magari mi fossi attenuto ai consigli di mio padre!; Possa tu stare sempre in salute!; Caschi il mondo, voglio tentare la sorte (volitive); Si dice che voi abbiate marinato la scuola; Il tuo lavoro pare sia stato molto apprezzato (soggettive); Credo che tu debba partire; Desidero che mia madre sia rispettata (oggettive); Non capisco perché tu te ne sia andato; Le chiesi che cosa facesse (interrogative indirette); Cercavo una persona che mi parlasse dello stato di salute di mia madre; Chi l'avesse visto in quelle condizioni, si sarebbe spaventato (relative); Il comandante ordinò ad alcuni militari che andassero in avanscoperta e non si facessero scoprire (discorso indiretto).


Il condizionale è il modo dell'incertezza e dell'irrealtà. Ha 2 tempi: presente e passato.
Si usa:
1) soprattutto nell'apodosi, cioè nella proposizione principale dei periodi ipotetici di tipo potenziale e irreale;
2) per esprimere un desiderio o un'asserzione incerta;
3) per indicare un'azione futura nelle proposizioni dipendenti.
Esempi: Vorrei che tu sapessi ogni cosa; Avrei voluto che avessi appreso subito la notizia (desiderio o asserzione attenuata); Eravamo sicuri che avreste detto la verità (posteriorità); Se potessi, ti aiuterei ben volentieri (periodo ipotetico).


l'imperativo è il modo del comando, dell'esortazione, della preghiera. Esso ha 2 tempi: presente e futuro.
Non ha, naturalmente, la prima persona singolare, perché colui che parla non rivolge un comando, un invito o una preghiera a se stesso. Quando si vuole esprimere un comando a se stessi, si usa il verbo dovere: ad esempio, Debbo studiare; Debbo onorare i miei genitori.
In frasi negative ci si serve dell'infinito per formare la seconda persona del singolare: Non parlare!; Non arrabbiarti!.
Si può usare l'infinito anche nelle ammonizioni e nelle sortazioni al posto dell'imperativo: Lavorare, lavorare!; Tenere la destra!.
L'imperativo può venire espresso anche mediante espressioni ellittiche: Silenzio!; Attenzione!; Avanti!; All'erta!; Su!.

L'imperativo si rafforza coi modi avverbiali (?) orsù, via, una buona volta, andiamo e simili; e si attenua invece con un po', di grazia e simili: ad esempio, Orsù, sbrighiamoci, siamo già in ritardo. Diamoci da fare una buona volta. Di grazia, dimmi che cosa ti fa piacere. Dammi un po' di tempo.



Modi infiniti (o indefiniti)

L'infinito è uno dei modi indefiniti del verbo ed esprime genericamente l'idea del verbo senza determinazione di persona e di numero. Ha 2 tempi: il presente e il passato. Si usa in funzione di un sostantivo, di un'intera proposizione soggettiva (infinito soggettivo) od oggettiva (infinito oggettivo), con valore di congiuntivo o di indicativo, nelle proposizioni infinitive ed in altre secondarie.
Quando svolge la funzione di proposizione soggettiva (?) od oggettiva (?), l'infinito suole essere costruito con la preposizione di, specialmente con i verbi parere, avvenire, toccare: ad esempio, Mi pare di sognare. Speravo di aver trovato la soluzione giusta. Talvolta avviene di sbagliare.
Esso si costruisce senza preposizione con i verbi potere, dovere, volere, usare, lasciare, desiderare, preferire, fare, vedere, sentire e simili: ad esempio, Desiderei partire subito. Non voglio disturbarla. Gradirei sapere se hai esaminato la questione. Uso alzarmi di buon mattino. Preferisco andare in bicicletta.
Quando il soggetto dell'infinito è un pronome personale, quest'ultimo si pospone al verbo nella forma soggettiva (io, tu), se si tratta delle prime due persone; e nella forma oggettiva (lui, lei, loro), se si tratta della terza persona: ad esempio, Credevo essere io il più fortunato. Credevano essere stati loro a provocare i danni.

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Il participo è così detto perché partecipa della funzione nominale come un aggettivo e si usa in funzione attributiva, predicativa e verbale.
Ha 2 forme temporali: presente e passato.
Il participio presente si usa sia come aggettivo o sostantivo, sia in funzione verbale:
a) Ha ottenuto un brillante successo; E' una scuola eccellente; Ha un'industria fiorente (attributi);
b) E' ormai un mendicante; Fu nominato docente in una scuola superiore (sostantivi);
c) Ho acquistato una cartolina raffigurante (che raffigura) il Colosseo; Inseguimmo i nemici fuggenti (che fuggivano); Il quadro rappresentante (che rappresenta) la Gioconda si trova al Louvre (funzione verbale).
In funzione verbale il participio presente può sostituire solo un costrutto relativo.

Alcune parole hanno ormai perduto l'originaria funzione verbale e sono adoperate come sostantivi: l'insegnante, il contribuente, il veggente, l'assistente, il comandante, il tenente, il rappresentante, il dirigente, il docente, ecc.

Il participio passato si adopera in funzione attributiva e predicativa:
a) Si riteneva un giovane colto; Abbiamo forzato un passaggio proibito; Ricordo con piacere i tempi passati (funzione attributiva);
b) L'avaro teneva nascosto il suo tesoro; Vide il proprio sogno infranto; Alzatosi, uscì subito di casa; Ti credevo interessato al problema (funzione predicativa).

Alcuni participi passati possono assumere valore sostantivale: un laureato, un ferito, un morto, una spremuta di limone, il selciato, la Traviata, ecc.

La funzione più importante del participio passato è quella di formare con l'ausiliare essere o con l'ausiliare avere (?) tutti i tempi composti degli ausiliari stessi e dei verbi attivi, e formare con l'ausiliare essere tutti i tempi del verbo passivo.
Il participio passato unito all'ausiliare essere si accorda nel genere e nel numero con il soggetto: Io sono arrivato; Essa è soddisfatta; Essi sono partiti. Unito all'ausiliare avere resta generalmente invariato: Io ho bevuto; Voi avete bevuto; Esse hanno bevuto.
Il participio passato di un verbo transitivo attivo può accordarsi con il complemento oggetto, specie se quest'ultimo precede il verbo oppure è espresso da una particella pronominale (?) atona (mi, ti, si, ci, vi, la, le, lo, ne): Le spese le ha pagate la ditta; I libri li ho letti con interesse (oppure Io ho letto i libri, o anche Io ho letti i libri); Noi abbiamo chiuse le finestre, oppure Noi abbiamo chiuso le finestre (Le finestre l'abbiamo chiuse noi).

Anche il participio passato, usato nelle proposizioni implicite concessive (?), modali (?), temporali(?), relative (?), ecc., può essere risolto sempre in una proposizione esplicita introdotta dalla congiunzione che: Giuseppe, superato l'esame (dopo che aveva superato l'esame) telefonò ai genitori.

Il participio passato o presente che rappresenta una proposizione incidentale (?), e che è pertanto separato dalla proposizione principale in cui si trova, si dice participio assoluto: ad esempio, Regnante Luigi XIV, si compirono in Francia molte opere insigni: Vinti i nemici, Cesare tornò in patria.


Il gerundio esprime un complemento di mezzo, di modo o di maniera, di coincidenza (simultaneità), in genere un'azione secondaria rispetto alla principale.
Ha 2 tempi: presente e passato.

Il gerundio presente è molto usato per la forma implicita di proposizioni secondarie, temporali, modali, condizionali, causali, ecc.: ad esempio, Sbagliando s'impara (mezzo); Parla balbettando (modale); Camminando, gli mostravo le bellezze della città (temporale).
Il verbo Andare con il gerundio esprime la ripetizione o la progressione successiva; stare con il gerundio denota la durata dell'azione: ad esempio, Andò lamentandosi tutta la notte; Va arricchendo il suo patrimonio; Sta raccogliendo fiori nel suo giardino; I miei figli stanno studiando.
In certi casi, il gerundio presente serve a determinare meglio o a specificare il significato del verbo principale o reggente: ottenere lottando, guadagnare lavorando, apprendere studiando.

Il gerundio passato esprime un fatto avvenuto nel passato in relazione ad un altro avvenuto posteriormente o che avviene o che avverrà: Avendo ricevuto un invito, lo accettai ben volentieri; Avendo sbagliato, rimedierò quanto prima all'errore; Essendo stati promossi, andremo in vacanza premio.
Talvolta la costruzione gerundiva viene sostituita da quella participiale: Sparsasi la notizia (che sta per: essendosi sparsa), tutta la famiglia era in grande apprensione; Avuti i disegni tecnici (che sta per: avendo avuto i disegni), furono iniziati i lavori.

Anche il gerundio, come i participi, può essere usato nella costruzione assoluta, e si chiama gerundio assoluto: Domani, tempo permettendo, verremo a trovarti; Essendo piovuto, non potemmo uscire.



VERBI IMPERSONALI, IRREGOLARI, DIFETTIVI, SOVRABBONDANTI



I verbi impersonali

I verbi impersonali sono quelli che vengono usati soltanto all'infinito e alla terza persona singolare di tutti i tempi e modi, senza che sia espresso un soggetto determinato.
Tali sono i verbi che indicano fenomeni atmosferici, come:

albeggia = spunta il giorno, spunta l'alba
= si fa giorno, aggiorna
annotta = si fa notte
imbrunisce = si fa buio
annebbia = cala la nebbia
piove = scende la pioggia
pioviggina, pioviscola = piove fine fine
diluvia = piove a dirotto
nevica = cade la neve
grandina = cade la grandine
lampeggia = il cielo produce lampi
tuona = rimbomba di tuoni
agghiaccia, gela = fa gelare


Tutte queste forme impersonali semplici o composte si usano nei tempi composti con l'ausiliare essere (?): ad esempio, E' piovuto, era nevicato; ma si trova anche avere, specie per indicare un'azione continuata: ad esempio, Ha piovuto tutta la notte. Aveva nevicato tutto il giorno.

I predetti verbi impersonali possono usarsi anche personalmente, se usati in senso figurato: ad esempio, Gli piovvero addosso tante proteste. Intorno a lui grandinavano le pallottole. Gli balenò davanti una lama. Il professore tuonò dalla cattedra. Lo folgorò con lo sguardo.

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I verbi irregolari (clicca qui per consultare le pagine con i verbi irregolari)

I verbi irregolari sono quelli che si allontanano dalla coniugazione regolare per uno dei seguenti motivi:
- o modificano il tema: togli-ere, tolg-o, tol-si
- o modificano la desinenza: ven-ni invece di ven-ii
- o mutano totalmente il tema: and-are, vad-o, v-a, and-ava.

La prima coniugazione ha solo tre verbi irregolari (andare, dare, stare); mentre la 2a coniugazione è quella che ne ha il maggior numero e la 3a ne ha un numero limitato.



I verbi difettivi (clicca qui per consultare la pagina con i verbi difettivi)

I verbi difettivi mancano di parecchie voci, o perché non sono mai esistite, o perché sono cadute in disuso.



I verbi sovrabbondanti

I verbi sovrabbondanti sono quelli che, pur avendo una sola radice, appartengono a due coniugazioni diverse, avendo due diverse desinenze all'infinito, sia che conservino lo stesso significato in entrambe, sia che prendano un significato diverso in base alla diversa desinenza.



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