L'aggettivo è quella parte variabile del discorso che si aggiunge al nome per qualificarlo o per determinarlo meglio.
A seconda della loro funzione, gli aggettivi si distinguono in qualificativi e determinativi.
Aggettivo qualificativo
L'aggettivo qualificativo esprime una qualità del nome al quale si aggiunge: ad esempio, casa grande, mare calmo, fiore profumato, bella ragazza, ecc. Esso concorda col nome nel genere e nel numero, e quindi ha una sua declinazione.
Per la declinazione (?), l'aggettivo qualificativo si distingue in due classi:
a) la prima classe comprende quegli aggettivi che hanno la desinenza o (singolare) ed i (plurale) per il maschile (buono, buoni; bello, belli), la terminazione a (singolare) ed e (plurale) per il femminile (buona, buone; bella, belle);
b) la seconda classe è formata dagli aggettivi qualificativi con la desinenza e (singolare) ed i (plurale) per tutti e due i generi (prato verde, collina verde; prati verdi, colline verdi).
Solo l'aggettivo pari fa classe a sé ed è invariabile come i suoi derivati (dispari, impari).
Nella formazione del plurale, gli aggettivi seguono generalmente le stesse regole dei sostantivi.
I gradi dell'aggettivo qualificativo
I gradi dell'aggettivo qualificativo sono tre:
a) grado positivo quando l'aggettivo esprime una semplice qualità (bello);
b) grado comparativo quando esprime un confronto tra due termini (più bello, meno bello, tanto bello quanto...);
c) grado superlativo quando esprime il grado massimo di una qualità (bellissimo, il più bello).
Il comparativo indica un confronto di uguaglianza, di superiorità o di inferiorità fra due termini.
Si hanno dunque 3 specie diverse di comparativo:
comparativo di uguaglianza, quando la qualità espressa dall'aggettivo è uguale nei due termini messi a confronto, e si forma con le particelle così...come, tanto...quanto o altre simili.
Ad esempio: Sonia è così buona come Giovanna; Luglio è tanto caldo quanto Agosto.
Naturalmente, si possono mettere a confronto due qualità della stessa persona o cosa (Stefano è tanto forte quanto gentile; il diamante è così prezioso come raro); come pure si può omettere la prima particella correlativa, facile a sottindendersi: ad esempio, Stefano è forte quanto gentile; il diamante è prezioso come raro.
comparativo di maggioranza, quando la qualità espressa dall'aggettivo è posseduta in grado maggiore dal primo termine di paragone, e si forma con le particelle più...di, più...che: ad esempio, Paolo è più buono di Sandro; Egli era più astuto che intelligente;
comparativo di minoranza, quando la qualità espressa dall'aggettivo è posseduta dal primo termine di paragone in grado minore, e si forma con le particelle meno...di, meno...che: ad esempio, Egli è meno bravo di te; il tentativo è meno utile che rischioso.
Nei comparativi di maggioranza o di minoranza, il secondo termine di paragone può essere retto dalla preposizione (?) di o dalla congiunzione che; si adopera di quando segue un nome e che in tutti gli altri casi: ad esempio, la primavera è più bella dell'estate; Egli è più solito tacere che parlare.
Il superlativo esprime il grado massimo di una qualità, e si distingue in 2 tipi:
il superlativo assoluto, quando il massimo grado della qualità è espresso senza alcun paragone. Esso si forma aggiungendo al tema dell'aggettivo il suffisso -issimo: bellissimo, carissima, velocissimi, graziosissime;
il superlativo relativo (di maggioranza e di minoranza), quando il massimo grado è espresso con un paragone. Esso si forma premettendo l'articolo (?) al comparativo di maggioranza o di minoranza: ad esempio, Carlo è il più bravo della classe; Elisa è la meno dotata tra le compagne.
I comparativi di maggioranza e di minoranza possono essere rafforzati da avverbi come molto, assai, troppo o attenuati da un po', alquanto: ad esempio, Luigi è molto più intelligente della sorella; Umberto è un po' meno bravo del fratello.
Il superlativo assoluto può essere formato anche:
a) premettendo alla parola avverbi quali molto, assai, oltremodo, sommamente, enormemente, estremamente, infinitivamente e simili: ad esempio, molto idoneo, assai vasto, oltremodo utile, sommamente valido, enormemente rischioso, ecc.
b) per mezzo dei prefissi arci, stra, ultra, super, extra: arcinoto, straricco, ultrarapido, supersonico, extrapotente;
c) ripetendo l'aggettivo: bello bello, bagnato bagnato, scuro scuro, ecc.: se ne andava bello bello; Carlo era bagnato bagnato; il padre tornò a casa scuro scuro in volto;
d) rafforzando l'aggettivo con un altro aggettivo che dia rilievo alla qualità: bagnato zeppo, ubriaco fradicio, stanco morto, ricco sfondato, ecc.
Vi sono aggettivi con significato troppo preciso o specifico, per cui essi non possono avere né il grado comparativo né quello superlativo. Essi sono:
a) quelli che indicano figure geometriche: quadrato, rotondo, rettangolare, triangolare;
b) quelli che indicano la materia di cui una cosa è formata: ligneo, bronzeo, aureo, argenteo, marmoreo;
c) quelli che indicano nazionalità o cittadinanza: italiano, tedesco, romano, napoletano, asiatico, africano. Tuttavia, nel linguaggio parlato, accade talvolta di dire: mi sento più italiano di te; uso sempre prodotti italianissimi;
d) quelli che, per loro natura, hanno un significato superlativo e quindi non possono avere gradazione: eterno, enorme, immenso, infinito, colossale, gigantesco, immortale, sublime, eccezionale, unico, straordinario.
I seguenti aggettivi formano il superlativo assoluto alla maniera latina:
a)
acre
acerrimo
celebre
celeberrimo
integro
integerrimo
misero
miserrimo
salubre
saluberrimo
b)
benefico
beneficentissimo
benevolo
benevolentissimo
maledico
maledicentissimo
malevolo
malevolentissimo
munifico
munificentissimo
Nel linguaggio comune però, al posto delle predette forme, si usa la circonlocuzione con un avverbio (?): ad esempio, molto celebre, molto benefico, ecc.
Per alcuni aggettivi la forma del comparativo e del superlativo si ricava da una analoga forma del latino. Essi sono:
buono - migliore - ottimo
cattivo - peggiore - pessimo
grande - maggiore - massimo
piccolo - minore - minimo
alto - superiore - sommo
basso - inferiore - infimo
I primi quattro aggettivi hanno anche le forme regolari del comparativo e del superlativo: più buono - buonissimo, più cattivo - cattivissimo, più grande - grandissimo, più piccolo - piccolissimo.
La scelta tra le forme organiche e quelle regolari spesso dipende da ragioni stilistiche.
I seguenti comparativi e superlativi, di derivazione latina, mancano del grado positivo:
superiore - supremo (o sommo)
inferiore - infimo (raro imo)
esteriore - estremo
interiore - intimo
anteriore
citeriore
posteriore - postremo (postumo)
ulteriore - ultimo
Le prime quattro coppie sono talvolta usate come comparativo e come superlativo di basso, alto, esterno, interno. Gli altri aggettivi vengono adoperati con significati speciali: la Gallia citeriore (di qua dalle Alpi), la Gallia ulteriore (al di là dalle Alpi), opera postuma (pubblicata dopo la morte dell'autore).
Oggi è assai diffuso l'uso di superlativi di sostantivi, e perfino di nomi propri: campionissimo, finalissima, veglionissimo, Fernandissima, Vandissima, ecc. Si raccomanda però di non farne abuso e di lasciarne l'uso al linguaggio giornalistico o familiare.
Alterazioni dell'aggettivo qualificativo
Anche l'aggettivo qualificativo può, al pari del nome, avere forme alterate mediante suffissi: piccolino, piccoletto, pigrone, pigraccio, biancastro, nerastro, ecc.
Gli aggettivi che, nei riguardi del nome, precisano il possesso, la posizione, la quantità o il numero si distinguono in: possessivi, dimostrativi, numerali, indefiniti.
Aggettivi possessivi
Gli aggettivi possessivi indicano l'appartenenza di un oggetto (o di un essere) e contemporaneamente il possessore; essi sono:
mio - mia - miei - mie
tuo - tua - tuoi - tue
suo - sua - suoi - sue
nostro - nostra - nostri - nostre
vostro - vostra - vostri - vostre
loro
altrui
I due ultimi aggettivi restano invariabili in tutti i generi e numeri.
Gli aggettivi mio e nostro si riferiscono alla persona o alle persone che parlano; tuo e vostro alla persona o alle persone che ascoltano; suo e loro alla persona di cui si parla (terza persona). Altrui significa che la cosa espressa dal nome appartiene ad altri.
Tra gli aggettivi possessivi si colloca proprio (propria, propri, proprie) che usato da solo è sempre di terza persona: Egli ha scontato la propria colpa. Sono tornati alla propria casa. Talvolta, però, "proprio" può unirsi a possessivi di tutte le persone per rafforzarli: L'ho udito con le mie proprie orecchie. Si è rovinato con le sue proprie mani.
Particolarità:
a) L'articolo (?) si omette:
- davanti all'aggettivo possessivo singolare che accompagna un nome di parentela pure al singolare, non alterato e non accompagnato da altro aggettivo: ad esempio, mio nonno, nostra sorella (ma i suoi fratelli, il mio nonnino, la sua cara sorella vanno scritti in questa forma). Mamma, papà e babbo vogliono sempre l'articolo: il mio babbo, la mia mamma;
- davanti ad un sostantivo in funzione appositiva (?): Luigi, mio amico, è stato promosso;
- in diverse locuzioni preposizionali (?): a nostro favore, a suo piacimento, a nostra discrezione, a vostra insaputa, per nostra fortuna, di sua spontanea volontà, per colpa sua, ecc.
b) L'aggettivo possessivo si omette:
- con i nomi che indicano parti del corpo, che si riferiscono al soggetto: Mi cadono le braccia (e non le mie braccia);
- quando vi è un pronome che indica già il possessore: Gli hanno rubato la patente. Mi fa male la testa. Le hanno rubato la borsetta..
c) Spesso si adopera nostro per indicare una persona cara, oppure la persona o la cosa di cui ci stiamo occupando, per non ripeterne ogni volta il nome: ad esempio, ecco il nostro padre Cristoforo; oppure in un'opera dedicata al Manzoni, si dirà: come dice il nostro nei suoi Promessi Sposi.
d) L'aggettivo possessivo, invece che possesso, può indicare pertinenza, confronto, somiglianza: ad esempio, fallo per amor mio (cioè per amore tuo verso di me); ci puoi andare tu in vece mia (o in mia vece); da un par suo (cioè simile a lui) c'è da aspettarsi di tutto.
e) I possessivi di terza persona suo, sua, suoi, sue si riferiscono di regola soltanto al soggetto della proposizione; quando si debbono riferire ad altra persona con funzione diversa dal soggetto, si sostituiscono con di lui, di lei, di loro: ad esempio, Si trasse l'anello dal suo dito e lo mise sul dito di lei.
Quando non vi può essere equivoco sulla persona a cui il possesso si riferisce, si possono usare le forme suo, sua, suoi, sue: ad esempio, Sono andato dal mio amico Giulio per complimentarmi della sua promozione.
L'aggettivo dimostrativo
Indica un essere o una cosa nel suo rapporto di vicinanza o di lontananza nello spazio e nel tempo. I più comuni sono:
questo - questa - questi - queste
codesto - codesta - codesti - codeste
quello (quel) - quella - quelli (quegli, quei) - quelle
stesso - stessa - stessi - stesse
medesimo - medesima - medesimi - medesime
Questo indica un essere o una cosa vicina a chi parla; codesto indica, invece, un essere vicino a chi ascolta e lontano da chi parla; quello indica un essere lontano da chi parla e da chi ascolta.
Esempi: Ti regalo questo libro; Dammi codesta rivista; Guarda là quel palazzo. Stesso e medesimo indicano identità, somiglianza oppure servono a rafforzare un sostantivo: Marco ha la mia stessa età; Sono arrivati con lo stesso treno; Ho avuto la medesima idea.
Altri aggettivi dimostrativi, con valore propriamente di qualità, sono: tale, quale, cotale, siffatto, cosiffatto : Tali cose non si fanno; Non si dimenticano tali torti; Quale regalo sceglie?; Con gente siffatta è inutile discutere.
Anche gli aggettivi dimostrativi possono lasciare sottintendere un nome determinato, e specialmente il nome (?) generico cosa, come nelle frasi : questa è grossa, sentite questa, questa non te la perdono; oppure lasciano sottintendere i nomi ora, volta, come nella frase : non è ancora quella buona; oppure il nome territorio, come nella frase : vive in quel di Napoli, si aggira in quel di Milano.
L'aggettivo quello si adopera in senso diverso dal solito nei casi seguenti:
a) chiamando una persona con un nome generico anziché col nome proprio: ad esempio, Quel signore, per favore, potreste dirmi dov'è il municipio?
b) dopo essere e parere nel senso di non essere più lo stesso: ad esempio, Da quando è caduto non è stato più quello;
c) per dare maggior risalto alla cosa o alla persona da determinare: ad esempio, L'ho cercato per tutto quel giorno. Che tipo strano, quel tuo amico!
Aggettivi numerali
Gli aggettivi numerali determinano la serie naturale dei numeri (cardinali) o l'ordine di successione (ordinali).
I numeri cardinali sono costituiti dalla serie compiuta dei numeri interi: uno, due, tre, ecc. Si dividono a loro volta in unità (dall'uno al nove), decine (dal dieci al novanta) e migliaia (dal mille in su). Mille migliaia formano un milione, mille milioni un miliardo, mille miliardi un bilione.
I numeri cardinali sono scritti secondo i 9 segni delle cifre arabe, così chiamate perché introdotte in occidente dagli Arabi durante il Medioevo. Gli Arabi a loro volta avevano appreso questi segni in India. Prima delle cifre arabe erano usati i numeri romani (I, II, III, ecc.) che ora servono per i numerali ordinali.
I numeri cardinali sono tutti invariabili, tranne uno che fa al femminile una, e mille che ha il plurale mila (duemila, diecimila, centomila).
Uno preposto ai nomi viene troncato ed eliso secondo le regole dell'articolo indeterminativo (?): un cavallo, un ettaro, uno scudo, una scuola, un'automobile.
I composti con uno (ventuno, trentuno, ecc.) seguiti da un sostantivo ammettono il singolare: ventun cavallo (o cavalli), trentuna banana (o trentun banane). Il sostantivo va al plurale quando è accompagnato da un articolo o da un aggettivo: i ventun cavalli, trentun soldati coraggiosi, le ventun(o) allieve.
Le decine da venti in poi unite a uno ed a otto troncano la vocale finale: ventuno, ventotto, cinquantuno, centotrentotto. Questo troncamento si può usare anche con cento: centuno, centotto (o centouno, centootto), ma non con mille: milleuno, milleotto.
I numeri complessi si scrivono solitamente uniti: centosettantatré, millecinquecentonovanta. Questa regola non vale per i multipli del milione e del miliardo: cinque milioni, quattro miliardi, due bilioni.
Un milione, un miliardo, un bilione, ecc. sono sostantivi. Quindi si dirà: un milione di euro, due miliardi di dollari. Se questi numerali-sostantivi sono seguiti da altri numeri (aggettivi), si omette la preposizione: un milione trecentomila euro.
1) I numeri cardinali di solito precedono il sostantivo: sette giorni, un libro di trecento pagine, sono stati ristrutturati dieci appartamenti. Si pospongono nel linguaggio burocratico, commerciale ed in altri casi: Vi abbiamo spedito lattine venti di olio e bottiglie cinquanta di vino. Il giorno cinque di aprile verrò a trovarti.
2) Talvolta i numerali acquistano valore indefinito: ad esempio, due passi (cioè pochi passi); mille parole (tante parole); cento volte (spesso); quattro gatti (poche persone).
3) Il numerale cardinale, se preceduto dall'articolo indeterminativo, acquista valore approssimativo: Alla manifestazione hanno partecipato un trecento operai. Mio zio avrà ora un cinquant'anni. Il tuo anello potrà valere un cinquemila euro.
4) I numerali cardinali servono anche a indicare:
a) le ore e le date: Sono le undici passate. Verrò fra venti minuti. L'Epifania cade il sei gennaio. Se sono accompagnati dai nomi anno, giorno o dì, ora, questi vanno sempre posti innanzi al numerale: ad esempio, alle ore venti; il giorno cinque di marzo; l'anno duemila. Anno e giorno si mettono per lo più al singolare; se si tratta invece di anni di età, il nome anni si mette dopo il numero e sempre al plurale se il numero è superiore a uno: ad esempio, ha quindici anni, ventisei anni. Il nome ora va sempre al plurale: le ore sei, e persino le ore una.
b) le pagine di un libro: Apri a pagina 120;
c) i numeri delle case, delle camere di un albergo, delle cabine di una nave: Abito al numero 12 di via Abruzzo. Ho prenotato la camera 203 dell'albergo Bellavista. Ho disdetto la cabina 12 per prendere la numero 20;
d) il secolo: ad esempio, il secolo decimoquarto; e anche quando si tratti di indicare i secoli seguenti: il Duecento (secolo XIII); il Trecento (sec. XIV); il Quattrocento (sec. XV); il Cinquecento (sec. XVI); il Seicento (sec. XVII); il Settecento (sec. XVIII), ecc. In questi casi i numeri cardinali sono sostantivati e vogliono sempre l'iniziale maiuscola.
5) I numeri cardinali vengono spesso sostantivati: ad esempio, una vecchietta sui novanta; ha passato i quaranta; uno sconto del venti per cento; è uscito finalmente il nove.
6) I numeri cardinali si fanno collettivi, premettendo loro l'espressione tutti: ad esempio, tutti e sei, tutti e dieci; e anche distributivi, raddoppiandoli e premettendo a ognuno dei termini la preposizione a, o frammettendo tra il primo e il secondo termine la preposizione per: ad esempio, a uno a uno, a due a due, a tre a tre; oppure due per due, tre per tre
I numeri ordinali
Indicano l'ordine di successione di una serie e sono aggettivi variabili come i qualificativi della prima classe.
I primi dieci numeri ordinali hanno ciascuno una forma particolare derivata dal latino, e sono: primo, secondo, terzo, ecc. Gli ordinali che corrispondono ai cardinali undici e dodici hanno tre forme diverse: undicesimo, undecimo, decimoprimo; dodicesimo, duodecimo, decimosecondo. Quelli che corrispondono ai cardinali dal tredici al diciannove hanno due forme: tredicesimo, decimoterzo; quattordicesimo, decimoquarto, ecc. Le decine venti, trenta, quaranta, ecc. hanno pure due forme: ventesimo, vigesimo; trentesimo, trigesimo; quarantesimo, quadrigesimo; ecc.
Per indicare in cifre gli ordinali, si usano i numeri romani, ma si può anche far uso delle cifre arabe con la desinenza del genere come esponente (1°, 2°...10° rispettivamente 1^, 2^...10^): 2° battaglione o II battaglione, 3^ lezione (o II lezione o lezione II).
Gli ordinali si usano per indicare le divisioni di un'opera o il numero di una serie, di una fila, ecc.: capitolo secondo, atto terzo, canto quinto, classe quinta, fila seconda (o seconda fila).
Il numero ordinale generalmente precede il sostantivo: il primo arrivato; la quinta sinfonia; abitiamo al terzo piano; stavano in quinta fila.
Ma si trova posposto nelle successioni di regnanti e di papi: Federico II, Luigi XVI; Giovanni XXIII, Benedetto XVI. In questo caso si adoperano unicamente le cifre romane.
Gli ordinali vengono spesso sostantivati: frequenta la quinta (classe), aspetta un secondo (un minuto secondo), ha ingranato la prima (marcia), ho bevuto un quarto (di litro) di vino.
Vengono inoltre usati nelle frazioni (due terzi, sette noni, cinque decimi, venti centesimi).
1) I moltiplicativi sono quelli che moltiplicano una quantità: doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, sestuplo, e anche: duplice, triplice, quadruplice, quintuplice, sestuplice), ecc. Doppio, triplo, ecc. indicano una quantità due, tre o più volte maggiore di un'altra; duplice, triplice, ecc. indicano che una cosa è costituita di tante parti uguali a un'altra. Spesso, però, fra le due forme non vi è differenza di significato: Ho avuto un doppio incarico oppure un duplice incarico; documenti in doppia copia o in duplice copia.
2) I numerali frazionari indicano le frazioni di un numero e sono formati da un ordinale che indica in quante parti è stato diviso l'intero, e da un numero cardinale che indica quante di queste parti debbono essere prese in considerazione; il numero cardinale precede sempre l'ordinale: ad esempio, un quarto, due quinti, tre ottavi, ecc. Una metà o un mezzo sono invariabili quando seguono il nome: un'ora e mezzo, due sterline e mezzo, alle sei e mezzo. Ma una mezza sterlina; due mezze giornate di lavoro vanno scritti in questa forma.
3) I collettivi indicano un insieme numerico di persone o di cose. Sono ambo, entrambi, ambedue, che significano tutti e due. Ambo e ambedue sono invariabili. Entrambi fa al femminile entrambe: ad esempio, ambo le braccia, ambedue le ragazze; entrambi i fratelli, entrambe le sorelle.
Sono letterarie le forme ambi e ambe: d'ambi i lati c'erano due file di banchi; si ferì ambe le mani.
Alcuni grammatici mettono in questa categoria anche paio, coppia, decina, dozzina, ventina, trentina, novantina, centinaio (plurale le centinaia), migliaio (plurale le migliaia), ma questi sono sostantivi e non aggettivi.
4) I distributivi sono locuzioni formate dall'unione dei numeri cardinali con le preposizioni a e per: ad uno ad uno, uno per uno, a due a due, due per due, ecc. Oppure: uno per volta, uno alla volta, due alla volta, ecc.: ad esempio, Marciavano in fila per tre. Uscire a due a due. Distribuire tre cioccolatini per uno.
Numerosi sono, infine, i derivati dai numerali: decametro, chilometro, miriametro; decagrammo, ettogrammo, chilogrammo; decalitro, ettolitro; millimetro, centimetro, decimetro; biennale, triennale; dodicenne, ventenne, novantenne; settuagenario, ottuagenario, centenario ecc.
Aggettivi indefiniti
Indicano la qualità e la quantità in modo indeterminato.
Ecco le principali forme:
qualità
qualunque
qualsiasi
qualsivoglia
altro
quantità
qualche
ogni
alcuno
ciascuno
taluno
nessuno
altro
poco, troppo, molto
alquanto, parecchio, tutto
Ogni, qualche, qualunque sono invariabili, con una forma unica per i due generi. Molto e poco hanno il superlativo assoluto moltissimo, pochissimo, ma non il comparativo: dire più molto, più poco sarebbe un grave errore. Molto, poco, parecchio, troppo, alquanto, tanto possono essere usati come avverbi: E' una persona tanto bella quanto buona; Sono libri molto istruttivi; Stefano studia poco; Si fa troppo tardi.
Particolarità nell'uso dell'aggettivo
In linea generale l'aggettivo, sia predicativo che attributivo, concorda nel genere e nel numero con il nome (?) a cui si riferisce.
Quando lo stesso aggettivo si riferisce a più sostantivi, l'accordo si fa nei seguenti modi:
se i sostantivi sono dello stesso genere e di numero plurale, l'aggettivo si accorda nel genere (?) e si mette al plurale;
se i sostantivi sono dello stesso genere e di numero singolare, l'aggettivo concorda nel genere, mentre il numero può essere singolare o plurale: possiedo una casa e una villa moderna (o moderne); ho comprato un cappotto e un abito nuovo (o nuovi);
se i due o più sostantivi sono di genere diverso, distinguiamo due casi a seconda che l'aggettivo funga da predicato (?) o da attributo (?):
a) se l'aggettivo è predicativo, si mette al plurale maschile: la rosa e il garofano erano profumati; gli anelli e le collane sono molto belli;
b) quando l'aggettivo fa da attributo (?), si accorda generalmente col sostantivo più vicino oppure si mette al plurale maschile: abbiamo acquistato libri e riviste interessantissime (o interessantissimi); abbiamo trovato tavoli e sedie rotte (o rotti).
Quando l'aggettivo precede, la concordanza si fa sempre con il sostantivo più vicino: bellissime case e palazzi; immensi boschi e foreste.
Se ad un sostantivo plurale si riferiscono più aggettivi, essi si mettono al plurale quando tutti si riferiscono a tutta intera l'idea espressa dal sostantivo: ad esempio, le cose terrene e caduche; ma vanno invece messi al singolare quando ciascuno di essi indica una parte distinta del sostantivo: ad esempio, I popoli, cinese, giapponese, indiano e coreano; i dizionari italiano, francese, inglese.
Se i due sostantivi sono congiunti da o, l'aggettivo può concordare con il nome più vicino: un figlio o una figlia affettuosa (o affettuosi).
Riguardo alla collocazione dell'aggettivo, la regola generale è che l'aggettivo si pospone al nome quando ha molta importanza e deve essere notato da chi legge; esso si antepone, invece, quando l'attenzione deve essere posta più sul nome che sull'aggettivo.
Quindi si antepone ogni volta che ha senso generico oppure quando esprime una qualità essenziale del nome: ad esempio, il caro amico, la lunga attesa, il buon pastore, il biondo Tevere. Infatti, invertendo i termini, si avverte subito un valore più intenso dell'aggettivo: l'amico caro, l'attesa lunga, il pastore buono, il Tevere biondo.
L'aggettivo si pospone invece:
a) con i nomi propri, quando è un appellativo d'onore o quando serve a distinguere un personaggio da altri con lo stesso nome: Filippo il Bello, Ludovico il Moro, Alessandro il Grande, Carlo il Temerario;
b) quando indica una qualità di forma, colore e simili che serve a distinguere specie dello stesso genere: i capelli biondi, i capelli neri, l'aceto balsamico, il vino spumante, la tavola rotonda o la tavola quadrata;
c) quando deriva da nomi propri di paesi e di città: lingua italiana, grammatica francese, marinai liguri;
d) quando è accompagnato da complementi: giardino ricco di fontane, atleta famoso per le tante vittorie.
Taluni aggettivi assumono un significato diverso se sono collocati prima o dopo il sostantivo:
es. buon uomo - uomo buono;
libero docente - docente libero;
numerose famiglie - famiglie numerose;
certa notizia - notizia certa; buona società - società buona;
puro latte - latte puro.
L'aggettivo, inoltre, può essere sostantivato, sia che si usi come nome astratto (il vero, il bello), sia che si sottintenda semplicemente il nome a cui esso si riferisce: ad esempio, il direttissimo (treno); la scorciatoia (via); il bianco, il rosso, il verde (colore); il tedesco, il francese, l'italiano (idioma).
Gli aggettivi che indicano una qualità del carattere di una persona, di una categoria di persone o gli abitanti di un paese sono usati spesso come nomi: il giusto, l'onesto, il vile, il prode; i dotti, i sapienti, i buoni, i giusti, i malvagi; un Tedesco, un Francese.
Gli aggettivi sostantivati che indicano patria o nazione, città o regione vogliono sempre l'iniziale maiuscola; la vogliono minuscola se restano semplici aggettivi: il popolo napoletano, un Napoletano; le ragazze spagnole, le Spagnole.
L'aggettivo sostantivato può essere determinato a sua volta da un altro aggettivo: la povera inferma, il malato immaginario, la bisbetica domata, i soliti ignoti, il burbero benefico.