RIPASSIAMO L'ITALIANO - GUIDA PRATICA ALLA GRAMMATICA ITALIANA

  Esegui una ricerca fra le pagine della Grammatica italiana offerta da Dossier.Net

L' ALFABETO



L'alfabeto italiano si compone di 21 lettere: 5 sono vocali e 16 consonanti.
Esse sono disposte in un ordine convenzionale fisso, che viene seguito in ogni elenco alfabetico. Esso è il seguente:

Maiuscolo Minuscolo Pronuncia
A a a
B b bi
C c ci
D d di
E e e
F f effe
G g gi
H h acca
I i i
(J) (j) (i lunga)
(K) (k) (cappa)
L l elle
M m emme
Maiuscolo Minuscolo Pronuncia
N n enne
O o o
P p pi
Q q qu
R r erre
S s esse
T t ti
U u u
V v vu
(W) (w) (doppia vu)
(X) (x) (ics)
(Y) (y) (ipsilon)
Z z zeta


I nomi di tutte le lettere dell'alfabeto italiano sono di genere femminile poiché si sottintende che dinanzi ad esse venga posto il termine lettera.
Nell'elenco sono state incluse tra parentesi 5 lettere non appartenenti al nostro alfabeto, che tuttavia vengono usate nello scrivere nomi e vocaboli stranieri.

L'ordine alfabetico è seguito spesso per disporre le parole secondo le loro lettere iniziali, specialmente negli elenchi dei nomi propri e nei vocabolari.
Quando, nell'ordinare alfabeticamente più parole, alcune di esse hanno la stessa iniziale, si tiene conto della seconda lettera; per quelle che abbiano uguali la lettera iniziale e la seconda, si tiene conto della terza, e così di seguito.
Le lettere si scrivono in carattere minuscolo e maiuscolo; nell'insieme delle lettere, però, il carattere prevalente o normale è il minuscolo.

La maiuscola si adopera come lettera iniziale nei casi seguenti.

  • All'inizio di ogni periodo, dopo il punto fermo (?). Si usa di solito anche dopo il punto interrogativo ed il punto esclamativo, quando questi chiudono un periodo; si può usare invece la lettera minuscola, dopo l'interrogativo e l'esclamativo, quando il periodo continua: ad esempio, Dio mio! chi l'avrebbe detto? chi l'avrebbe immaginato?.
  • All'inizio di un discorso diretto, dopo i due punti e le virgolette: ad esempio, Il mio amico aveva detto: "Ascoltami, moglie." (Pascoli).
  • Nei nomi propri, nei cognomi, soprannomi che indicano persona, animali, cose personificate: ad esempio, Marco, Giovanni, Maria; Alighieri, Garibaldi, Marconi; Giovanni Evangelista, Lorenzo il Magnifico, il Nibbio, lo Sfregiato; Fido, Bob; la Giustizia.
  • Nei nomi geografici di nazioni, regioni ed isole: ad esempio, l'Italia, la Francia, la Russia; l'Abruzzo, la Liguria, il Lazio; Capri, Malta, Lampedusa.
  • Con i nomi propri di città, mari, monti, fiumi, laghi: ad esempio, Roma, Parigi, Londra; il Tirreno, l'Adriatico, il Mediterraneo; il Gran Sasso, il Cervino, le Dolomiti; il Po, il Tevere, l'Arno; il lago di Garda, il lago Maggiore, il lago di Como.
  • Con i nomi di solennità civili e religiose: ad esempio, il Natale, la Pasqua, il Risorgimento, la Resistenza.
  • Con i nomi di stelle, pianeti, costellazioni: ad esempio, Sirio, Venere, Orsa Maggiore, Via Lattea. Riguardo a Sole, Terra, Luna, essi vanno scritti con la maiuscola quando è preminente il riferimento astronomico; con la minuscola in tutti gli altri casi: ad esempio, la Terra gira intorno al Sole e intorno al proprio asse; eclissi di Luna; ma: una festa al chiaro di luna; stare al sole; sentirsi mancare la terra sotto ai piedi.
  • Con i nomi di enti, istituzioni, associazioni: ad esempio, il Senato, la Camera dei deputati, lo Stato, la Chiesa, la Croce Rossa, la Banca d'Italia.
  • Nei titoli di libri e giornali, di opere delle arti figurative e della musica: ad esempio, la Divina Commedia, i Canti; la Repubblica, il Corriere della Sera; la Gioconda di Leonardo, il Gallo morente, la Primavera del Botticelli; l'Aida di Verdi, la Lucia di Donizetti, la Tosca di Puccini.
  • Con i nomi di vie e di piazze (scrivendo però con la minuscola via, piazza): ad esempio, via Mazzini, via Pascoli, piazza Roma, piazza Cavour.
  • Con i nomi dei segni zodiacali: ad esempio, Ariete, Bilancia, Vergine, ecc.
  • Con i nomi attinenti alla sfera religiosa: ad esempio, Dio, il Signore, il Creatore, la Vergine, l'Assunta, l'Addolorata.
  • Con i nomi di imprese, di società e di marchi commerciali: ad esempio, la casa editrice Mondadori, la Fanta, la pasta Barilla, l'anisetta Meletti.
  • Nelle sigle: ad esempio, O.N.U., F.I.A.T., M.E.C., che si possono pure scrivere ONU, FIAT, MEC ed anche - più modernamente - Onu, Fiat, Mec.
  • Con i nomi di parchi, ville: ad esempio, Villa Borghese, il Pincio, Villa d'Este, il giardino di Boboli.

L'uso delle maiuscole va oggi scomparendo nei seguenti casi.
  • Con i nomi di nazionalità e di popoli: ad esempio, gli italiani, i francesi; i napoletani, i siciliani (meno comune gli Italiani, i Francesi; i Napoletani, i Siciliani; mentre si conserva con i nomi dei popoli antichi: i Babilonesi, i Greci, i Galli, gli Etruschi, ecc.).
  • Con i nomi reverenziali di titoli, di cariche, ecc.: papa, vescovo, re, imperatore, ministro, deputato, senatore, presidente, dottore, ragioniere, ecc.
  • Con i pronomi (?) e gli aggettivi (?) che si riferiscono a Dio, alla Madonna ed a personalità: ad esempio, Dio col suo aiuto ci salva da ogni pericolo. Le chiedo gentilmente di voler esaminare la mia domanda, per avere un Suo parere favorevole.
  • Con i nomi delle stagioni, dei mesi e dei giorni della settimana, che un tempo si scrivevano con la maiuscola: ad esempio, estate, primavera; gennaio, marzo, aprile; lunedì, sabato, domenica.


LE VOCALI



Sono cinque: a, e, i, o, u e corrispondono ai suoni formati con la più semplice emissione della voce.
Di queste, la vocale a ha sempre suono largo o aperto; i e u hanno sempre suono stretto o chiuso.
Le altre due vocali, e ed o hanno un duplice suono: largo e stretto. In alcuni vocabolari il suono stretto viene segnato con l'accento acuto e quello largo con l'accento grave: ad esempio, struménto, pèste; dolóre, còrso.

Benché non si possa dare una regola sicura, indichiamo alcuni casi in cui la e e la o hanno suono largo o stretto.
La e e la o hanno sempre suono stretto quando su di esse non cade l'accento.

Solitamente la e ha suono largo:
  • al termine di un nome proprio o comune di origine straniera: ad esempio, Mosè, caffè, canapè;
  • nei diminutivi (?) in -ello. -ella: ad esempio, donzèlla, monèllo;
  • nei participi e negli aggettivi in -ente: ad esempio, presènte, fulgènte, valènte;
  • nei vocaboli che terminano in -endo, -enda: orrèndo, vicènda, faccènda;
  • nei vocaboli che terminano in -ense: castènse, forènse;
  • nei nomi che terminano in -enza: partènza, assènza, sapiènza;
  • nei vocaboli terminanti in -estra, -estre: finèstra, ginèstra, terrèstre, campèstre;
  • nei numerali: sèi, sètte, dièci, tèrzo, sèsto, ventèsimo, bimèstre, biènnio; fanno eccezione i numerali tré, trédici, sédici, vénti, trénta, nei quali la e ha suono stretto;
  • quasi sempre nel dittongo ie: chièsa, barbière, pasticcière, salumière, piède.

La e ha suono stretto:
  • al termine dei nomi comuni tronchi di una sola sillaba: ad esempio, fé, ré, mé, té, sé; ma si deve dire intesa come la nota bevanda (la forma thè viene definita errata nel vocabolario del Palazzi), perché è nome di origine straniera;
  • nei diminutivi in -étto, -étta: ométto, casétta, fanciullétto, fanciullétta;
  • nei vocaboli terminanti in -énto: ornaménto, torménto;
  • nei nomi che terminano in -éfice: oréfice, pontéfice, carnéfice;
  • nei nomi e negli aggettivi che terminano in -ése: marchése, paése, maggése, cortése;
  • nei vocaboli in éssa: ostéssa, méssa;
  • nei nomi terminanti in -éto, -éta, -ézza: fruttéto, monéta, pinéta, carézza, bellézza;
  • negli avverbi (?) in -ménte: altaménte, socialménte, teneraménte;
  • negli aggettivi in -évole: scorrévole, caritatévole, piacévole;
  • negli infiniti dei verbi in -ére appartenenti alla seconda coniugazione: tenére, temére;
  • nelle voci composte con che: perché, poiché, sicché, affinché, giacché, ecc.

La o ha suono largo:
  • nei nomi propri o comuni tronchi d'origine italiana: ad esempio, Bernabò, Angiò, rococò, falò;
  • nei vocaboli terminanti in -òlo, -òla: giaggiòlo, paròla;
  • nelle terminazioni in -òrio: ostensòrio, oratòrio, dormitòrio;
  • nelle terminazioni in -òtto, -òtta: giovanòtto, grassòtto, ragazzòtta;
  • nelle terminazioni in -uòlo e in genere nel dittongo : figliuòlo, fagiuòlo, nuòvo, ruòta;
  • nei numerali: òtto, nòve, nòno, anche in composizione: ad esempio, trentanòve, ventesimonòno, trentòtto;
  • nelle terminazioni in -occio, -occhio: bambòccio, malòcchio.

La o ha suono stretto:
  • nei pronomi (?): nói, vói, lóro, colóro, costóro;
  • nei vocaboli in -óio: ad esempio, frantóio, corridóio;
  • nei vocaboli in -óne, sióne, zióne: coróne, visióne, azióne, commozióne, ecc.
  • nei vocaboli in -óre, -óra, -sóre, -tóre: signóre, signóra, vigóre, confessóre, osservatóre, traditóre;
  • nei vocaboli in -óso: animóso, pensóso;
  • nella terminazione in -óndo. tremebóndo, cogitabóndo;
  • nella terminazione in -óce: feróce, atróce.

Pronunciare esattamente la e e la o, larghe o strette a seconda dei casi, è importante perché nella lingua italiana alcuni vocaboli, composti dalle stesse lettere e detti omonimi, cambiano significato in base al suono largo o stretto di queste vocali.


Clicca qui per leggere alcuni esempi di pronuncia corretta


Dittonghi e trittonghi

L'incontro di due vocali che vengono pronunciate con una sola emissione di voce, ossia contando per una sola sillaba, si chiama dittongo.
Il dittongo è costituito sempre dall'incontro di una delle due vocali deboli i e u (non accentata) con una delle vocali forti a, e, o, che si fondono in un'unica emissione di voce: ad esempio, Eu-ropa, uo-mo, pio-vere, pian-to, mai.
Nel dittongo la voce insiste più a lungo sulla vocale forte, sfuggendo quasi dalla vocale debole. Per questo motivo la i e la u sono dette semivocali.

La vocale forte può precedere la debole, come in au-la, Eu-ro-pa, ohi-bò; e allora il dittongo si chiama dittongo discendente (o disteso). Oppure può seguire la vocale debole, come in fia-to, vie-ni, chio-do; e allora il dittongo si dice dittongo ascendente (o raccolto).
Può nascere dittongo anche tra due vocali deboli, e in questo caso la voce posa ora più sull'u, ora più sull'i: ad esempio, fui, colui, giù, guisa.

I dittonghi possibili sono:

Dittongo esempio
ià, iè, iò, iù piatto, fieno, fiore, fiume
uà, uè, uì, uò puntuale, duello, suino, fuori
ài, àu dirai, causa
èi, èu farei, neutro
òi voi


L'unione di due vocali deboli con una vocale forte nella stessa sillaba (che si esprime con una sola emissione di voce) forma un trittongo: ad esempio, miei, tuoi, guai, aiuole. Oggi si preferisce accorciare il trittongo iuo nel dittongo io: ad esempio, figliòlo invece di figliuòlo; fagiòlo invece di fagiuòlo.


Dittongo mobile

I dittonghi uo e ie si chiamano dittonghi mobili perché, quando su di essi non cade l'accento, si riducono alle vocali semplici o ed e: ad esempio, giuòco, giocàva; scuola, scolaro; vieni, venite; piède, pedèstre; siède, sedéva.
Fanno eccezione i verbi vuotare e nuotare che conservano il dittongo anche nelle voci in cui cade l'accento, per distinguerle dalle voci dei verbi votare (dare il voto) e notare (prendere nota); nonché i verbi mietere e presiedere: ad esempio, mieteva, presiedeva.
Va fatta attenzione a questa importantissima regola che è in genere poco rispettata. E' infatti errore frequente scrivere giuocava, suonare, invece di giocava, sonare.

Nota: I gruppi vocalici ea, eo, ae, oe non costituiscono dittonghi: ad esempio, corteo, poeta, paese, teatro. Anche nelle seguenti parole le vocali, pur essendo vicine tra loro, appartengono a sillabe diverse: ad esempio, ba-u-le, gra-tu-i-to, pa-u-ra, ri-a-ve-re, tri-an-go-lo, vi-a-le, ecc.
In simili casi si parla di iato (o dittongo apparente).


Iato

L' incontro di due vocali che si pronunciano separatamente, con due diverse emissioni di voce, forma uno iato.
Lo iato si verifica:
  • quando si incontrano due vocali forti (a, e, o): ad esempio, bo-a-to, le-a-le, po.e.ta, a-e-re-o, e-ro-e, pa-e-se;
  • quando le vocali deboli (i, u) hanno l'accento tonico: mì-o, vì-a, zì-o, pa-ù-ra;
  • quando la parola deriva da un'altra che aveva l'accento sulla i o sulla u: vi-à-le (da vì-a), spi-à-re (da spì-a);
  • nei composti con i prefissi ri, re: ri-a-ve-re, ri-a-pri-re, re-a-le, re-di-ge-re;
  • quando la i è preceduta da r o da un gruppo consonantico: a-tri-o, pa-tri-a, ri-o-ne, tri-on-fo, tri-bu-no.

Le vocali dello iato appartengono sempre a due sillabe diverse.



LE CONSONANTI



Le consonanti sono suoni che si pronunciano col canale orale chiuso o semichiuso. Gli organi che servono alla loro pronuncia sono la lingua, le labbra, i denti, il palato, il velo del palato.
Secondo l'organo che serve ad articolare il suono, le consonanti si distinguono in:

Tipo Consonanti
labiali b, f, m, p, v
dentali d, l, n, r, s, t, z
palatali c, g (dolci)
gutturali
o velari
c, g (dure), q


Secondo la vibrazione o meno delle corde vocali, le consonanti si distinguono in:
a) sorde: b, c, d, g, p, q, t;
b) sonore: m, n, l, r, f, s, v, z.
Le sorde vengono prodotte senza vibrazione delle corde vocali, le sonore sono accompagnate da vibrazioni.

Secondo la qualità del suono, le consonanti sonore si possono suddividere in:
- nasali: m, n;
- liquide: l, r;
- spiranti: f, v, s, z.


Clicca qui per esaminare le particolarità delle consonanti


Le doppie

Tutte le consonanti, eccetto l'h, possono trovarsi doppie nel mezzo di una parola. Il raddoppiamento, però, è possibile nei seguenti casi
  • soltanto fra due vocali, o fra una vocale e le consonanti l o r: ad esempio, babbo, reddito, pallido, correre; accludere, agglomerato, rabbrividire, spettro, dottrina;
  • Il rafforzamento di q è cq: acqua, acquisto. Unica eccezione soqquadro.
  • Per rafforzare i digrammi ch, ci si raddoppia solo la c: sacchi, acciaio, occhiali, cuccia.
  • I digrammi gh, gi si rafforzano col raddoppio della sola g: agghiacciare, raggiro.
  • I digrammi gn, sc e i trigrammi gli, sci non si possono raddoppiare, ma esprimono già di per sé una pronuncia rafforzata.
  • Le consonanti g, z non si raddoppiano mai davanti alla terminazione -ione (stagione, azione).
  • La consonante b non si raddoppia nelle terminazioni -bile (automobile, contabile).
  • Raddoppiano di regola la consonante iniziale (ad eccezione dell's impura) le parole che si compongono coi prefissi a, da, fra, ra, so, su, sopra, sovra, contra: ad esempio, accanto, davvero, frapporre, raccogliere, sommesso, sussulto, sopraggiungere, sovrapporre, contraffare. Mai invece raddoppia contro (controsenso).
  • Consonanti doppie appaiono anche in composizioni del tipo: ebbene (e bene), oppure (o pure), suvvia (su via), diciannove, fabbisogno, fallo (fa lo)

Diamo qui di seguito un elenco di parole che acquistano significato diverso, secondo che hanno consonante semplice o doppia:

consonante semplice consonante doppia
asilo ricovero assillo insetto pungente
bara sarcofago barra asta di legno
bruto bestia brutto contrario di bello
camino focolare cammino viaggio
capello pelo del capo cappello copricapo
casa abitazione cassa recipiente
cola da colare colla sostanza adesiva
convito banchetto convitto istituto
copia riproduzione coppia paio
dona da donare donna signora
eco risonanza ecco avverbio
fumo prodotto del fuoco fummo da essere
mola macina molla lamina elastica
moto abbrev. di motocicletta motto detto, battuta
nono numerale nonno avo
note brevi appunti notte oscurità
pala attrezzo palla sfera
pena castigo penna piuma
seta tessuto setta fazione
sete bisogno di bere sette numerale
sono da essere sonno riposo
speso da spendere spesso denso
vile pavido, codardo ville plurale di villa


In italiano si tende ad attenuare l'incontro di consonanti diverse. Si preferisce assimilare una delle due consonanti diverse in modo da farne una doppia: ad esempio, da enigma, enimma; da dogma, domma. Ma l'uso moderno ha ormai introdotto gruppi nuovi di consonanti quali ps, cn, tm, tn, bc, bn, bs: ad esempio, psicologia, tecnica, aritmetica, etnologia, subconscio, abnegazione, abside, ecc.


Digrammi e trigrammi

Alcune di queste unioni di consonanti diverse sono tali solo apparentemente: in realtà rappresentano un suono unico, e allora si chiamano digrammi e trigrammi.
I digrammi (gruppo di due lettere avente un unico suono) dell'italiano sono 7 e precisamente:
  • gl, che dinanzi alle vocali a, e, o, u ha sempre un suono unico gutturale: ad esempio, glabro, gleba, globo, glutine;

    mentre dinanzi alla vocale i ha in genere un suono unico palatale, come in moglie, figlio, ripostiglio, famiglia, giglio, salvo in alcune eccezioni in cui ha suono gutturale, come in glicine, negligente, glicerina, anglicano, ganglio.

  • gn, che ha sempre un suono unico palatale: ad esempio, vergogna, guadagno, vignetta, bagnino, regno, pegno, ognuno. Ha eccezionalmente due suoni, cioè si pronuncia staccando le due lettere g, n che lo compongono, nei nomi di origine straniera, come wagneriano da Wagner.
  • sc, che ha suono gutturale dinanzi alle vocali a, o, u, come in scatola, scolaro, scuola; e palatale dinanzi alle vocali e, i, come in scena, ascensore, scemare, scintilla, sciroppo, scimmia. Quando invece si vuole conservare il suono gutturale anche dinanzi ad e, i, si pone nel mezzo un'h: ad esempio, scheda, scheggia, schiena, schiaccianoci.

    Per ottenere un suono palatale anche davanti ad a, o, u, si inserisce una i che scompare nelle parole derivate, qualora non sia più necessaria: ad esempio, lasciare, fascio, pasciuto, ma : lascerai, fasceremo, pascerete. Così anche le parole che terminano in -scia hanno il plurale in sce, non essendo più necessaria la i: ad esempio, ascia, asce; biscia, bisce; coscia, cosce; fascia, fasce.

  • ch davanti a e, i ha suono gutturale: cheto, cherubino, che, perché, chi, chitarra, chiasso, chioma, chiave.
  • gh davanti a e, i ha suono gutturale: ghetto, ghermire, gheriglio, ghiro, ghigno, luoghi, ghibellino.
  • ci seguito da a, o, u ha suono palatale: bruciato, cialda, ciabatta, micia, ciambella, braciola, cioccolata, bacio, ciondolo, ciuffo, ciurma, ciuco, panciuto.
  • gi davanti ad a, o, u ha suono palatale: giacca, giara, bugia, giardino, rugiada, giocattolo, giorno, ragione, angioma, giungla, ingiuria, congiura, giudò.

Va notato che nei digrammi ci, gi e nei gruppi gli, chi, ghi, sci contenuti negli esempi sopra riportati la i serve solo da segno grafico e quindi non funge da vocale, né da semivocale.

I trigrammi sono due:
  • gli : ad esempio, figlia, moglie, miglio, maniglia;
  • sci : ad esempio, fascia, sciogliere, lasciare, sciupare, scimmia, scindere.


Consonanti straniere

Diamo un rapido cenno alle 5 consonanti straniere ospitate nell'alfabeto italiano:

- j si adoperava una volta come vocale invece dei due i. Ora si trova ancora nei nomi stranieri, in alcuni cognomi (Ojetti, Rejna), in alcuni nomi propri (Jolanda, Jacopo, Jago, Jole), in alcune parole (juta, jella, jettatore, jodio) che però si scrivono anche con la i semplice. Con la j si scrivono Jugoslavia, jugoslavo, Jonio, jonico.

Si noti che le parole che hanno per iniziale la j vogliono le forme dell'articolo uno e lo e non un e il: ad esempio, lo jodio, uno jugoslavo.
- k, all'infuori dei nomi stranieri o di derivazione straniera entrate nell'uso, si usa solo come abbreviazione di chilo: ad esempio km. (chilometro); kg. (chilogrammo); kl. (chilolitro); kw. (chilowatt).

- w è usata solo in parole straniere, pronunciata come nella lingua d'origine: ad esempio, walzer (pronuncia: valzer); clown (pronuncia: claun). In alcune parole è stata ormai sostituita dalla lettera italiana v. In chimica la W è il simbolo del volfranio; come abbreviazione, W significa: evviva. Ad esempio: W l'Italia! Capovolta vale invece come abbasso.

- x si usa, oltre che nei nomi stranieri o d'origine straniera (ad esempio, Bixio), nella parola ex per indicare un titolo che una persona non possiede più: ad esempio, ex-deputato; nonché nel linguaggio matematico per indicare una quantità ignota.
Quando è iniziale di parola, la x vuole l'articolo nella forma lo, gli, uni (lo Xanto, gli xilografi, uno xilografo). Oggi c'è però la tendenza a sostituirla con la s.
Maiuscola, la x indica persona che non si vuole nominare: ad esempio, Il teste X ha rilasciato dichiarazioni false.

- y si usa solo in parole straniere, dove a volte viene sostituita con la i ( da yòle, iòle; da yprite, iprite). In matematica indica, dopo la x, la seconda quantità incognita nei calcolo algebrici.


LE SILLABE



La sillaba è la minima unità fonetica che possa essere articolata e percepita acusticamente, in cui ogni parola può essere divisa.
Una sillaba può essere formata da una vocale (a-mo-re), da un dittongo (uo-mo) o trittongo (a-iuo-la); oppure da vocale, dittongo, trittongo seguiti o preceduti da una consonante (sa-pe-re, pie-de, fi-gliuo-lo).
A seconda del numero delle sillabe che la compongono, una parola può essere:

Tipo Definizione
monosillaba se ha una sola sillaba (re, tu, mai, gas)
bisillaba se ne ha due (ca-ne, ma-re, spo-sa)
trisillaba se ne ha tre (bal-sa-mo, a-mo-re, do-lo-re
quadrisillaba se ne ha quattro (dot-to-res-sa, gat-to-par-do
polisillaba se ha un maggior numero di sillabe (pre-ci-pi-to-so


La divisione in sillabe ha assunto una particolare importanza per la divisione della parola nella scrittura e nella stampa in fine di rigo.
Per la divisione in sillabe di una parola è necessario conoscere le seguenti regole:
  • una consonante forma sillaba con la vocale seguente: ma-re, fe-de-le, di-so-no-re-vo-le;
  • la combinazione consonante + l, r fa sillaba con la vocale seguente: a-cre, so-pra, sem-pli-ce, ne-gli-gen-te (ma tim-bro, perché il gruppo mbr non può stare in principio di parola);
  • le consonanti l, m, n, r seguite da altre fanno sillaba con la vocale precedente: al-be-ro, sem-pli-ce, pen-sie-ro, tor-ta;
  • la s impura fa sillaba con le consonanti seguenti: pi-sta, fe-sta, na-stro, e-sclu-so, tra-spor-to;
  • le consonanti doppie si dividono: tet-to, bal-la-re, bi-stec-ca, car-ro, sof-fit-to. Rientra in questo gruppo anche la consonante doppia cqu: ac-qua, ac-qui-sto, an-nac-qua-re;
  • i digrammi, trigrammi, dittonghi e trittonghi restano indivisibili: so-gna-re, pa-sce-re, mo-glie, fa-scia-re, lo-zio-ne, fri-zio-ne, scien-za, sco-no-sciu-to, co-sciot-to;
  • le vocali che formano iato si dividono: ma-e-stro, a-e-re-o, vio-li-no, ri-e-sa-me, e-te-re-o;
  • l'apostrofo non può stare alla fine di una riga: que-st'al-be-ro, l'an-no scor-so, quel-l'uo-mo, tut-t'al-tro.

In simili casi va evitato, come certe grammatiche consigliano, di scrivere in fin di riga: questo / albero, lo / anno scorso, quello / uomo, tutto / altro, ignorando la lingua italiana, che predilige la dolcezza e la fluidità della pronuncia. Piuttosto si deve cercare (cosa molto semplice) di rispettare la divisione in sillabe e la normale pronuncia delle parole, e quindi scrivere : quest'al / bero, l'an / no scorso, quell'uo / mo, tutt'al / tro. Del resto, gli scrittori e la stampa si comportano in questo modo.


Al termine della riga, la sillaba deve essere conservata intera, o tutta da una parte o tutta dall'altra. Alcuni, tuttavia, fanno eccezione per le parole composte con prefissi, dividendole secondo i loro componenti: ad esempio, dis-pari, dis-piacere. Ma questa divisione richiede una profonda conoscenza dell'etimologia delle parole e quindi non è consigliabile a tutti. Si preferisce allora fare la normale divisione in sillabe: ad esempio, di-spa-ri, di-spia-ce-re.


Talvolta avviene (di solito per licenze poetiche) che da una parola venga a cadere una sillaba.
- La caduta o soppressione di una sillaba o di una lettera in principio di parola si chiama aferesi: ad esempio, inverno --> verno; elemosina --> limosina; oscuro --> scuro; estremo --> stremo.
- La caduta di una sillaba nel mezzo della parola si chiama sincope: ad esempio, spirito --> spirto; opere --> opre; togliere --> torre; morirò --> morrò.
- La caduta della sillaba finale di una parola si chiama apocope, ed è contrassegnata con l'apostrofo: ad esempio, fede --> fe'; bene --> be'; prode --> pro'; diede --> die'; caritade --> carità.


L' ACCENTO



Ogni parola ha una sillaba che è pronunciata con maggiore intensità di voce rispetto alle altre. Questo modo particolare di pronunciare tale sillaba si chiama accento tonico o più semplicemente accento.
La sillaba su cui cade l'accento si chiama sillaba tonica, mentre le altre si chiamano sillabe atone.

In base all'accento le parole si dividono in:

Tipo Definizione
tronche se l'accento cade sull'ultima sillaba (virtù, onestà)
piane se l'accento cade sulla penultima sillaba (belléz-za, amó-re)
sdrucciole se l'accento cade sulla terzultima sillaba (tà-vola, bellís-simo
bisdrucciole se l'accento cade sulla quartultima sillaba (sù-perano, rè-citano


L'accento è di tre specie:
1) accento grave, che va da sinistra a destra, e si usa per i suoni aperti, e cioè sulle vocali a, e, o aperte: ad esempio, pietà, canapè, falò.
2) accento acuto, che va da destra a sinistra, e si usa per i suoni chiusi, e cioè sulle vocali i, u, e, o chiusi: morí, Corfú, saldaménte, tócco.
3) accento circonflesso, che si usa assai raramente, per indicare una sillaba contratta (tôrre per togliere; côrre per cogliere), oppure su certe i finali per indicare che una i è caduta: studî, ozî, spazî.

Alcune parole monosillabe non hanno accento proprio e si uniscono, nella pronuncia, alle parole che le precedono e sono perciò dette enclitiche (dimmi, sentilo, vacci), oppure che le seguono, e si chiamano proclitiche (un uomo, mi pare, ma bene, gli dico).

Le enclitiche sono le particelle pronominali (?) mi, ti, si, ci, vi, ne, ecc., quando, posposte alla parola dal cui accento dipendono, si uniscono a essa: ad esempio, pòrtami, màngialo, godèrsi.
Le proclitiche sono gli articoli il, lo, la, gli, le; le particelle pronominali mi, ti, si, ci, vi, ne, ecc. e la preposizione di: ad esempio, il cane, le anitre, mi dai, ti dico, vi chiedo, di certo.

L'accento tonico di solito non si segna; quando viene segnato prende il nome di accento grafico, che dovrà essere scritto così:
  • sulle parole tronche che non siano monosillabe: ad esempio, virtù, bontà, sbocciò, finché;
  • sui monosillabi con due vocali, di cui la seconda sia tonica: già, può, più (ma: qui, qua non si accentano mai);
  • su alcuni polisillabi omografi (cioè di eguale scrittura) che cambiano di significato col cambiare della sillaba tonica: ad esempio, àncora, ancóra; capitàno, càpitano; bàlia, balìa, ecc.;
  • nelle voci dànno e détti del verbo dare, per distinguerle dai sostantivi danno e detti;
  • su alcuni monosillabi per distinguerli da altri omografi.

Monosillabo Tipologia Monsollabo Tipologia
se congiunzione pronome
si pronome avverbio affermativo
ne pronome atono congiunzione
da preposizione verbo dare
di preposizione giorno
la articolo o pronome avverbio di luogo
li pronome personale avverbio di luogo
e congiunzione è verbo
te pronome bevanda
che pronome e congiunzione ché congiunzione = perché



Clicca qui per verificare le tue conoscenze con un test


     vai all'iniziovai all'inizio