GUIDA GRAMMATICA ITALIANA


ERRORI GRAMMATICALI PIÙ COMUNI (3)

Avvertenza: questo elenco degli errori grammaticali più comuni è conforme alle regole più ortodosse dalla lingua italiana. I riferimenti principali sono stati la 'Grammatica italiana moderna' ed il 'Novissimo dizionario della lingua italiana' di Fernando Palazzi, considerato un purista. Tuttavia, va sottolineato che alcuni vocaboli e locuzioni, criticati dai grammatici più rigorosi, sono entrati nell'uso quotidiano e in pochi li riterrebbero gravi errori (come nel caso dei francesismi).
Lettera Q
qua  »  è un grave errore accentarlo, come alcuni usano fare.

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qual  »  troncamento di quale. Non si apostrofa mai, nemmeno dinanzi a nome femminile cominciante per vocale, perché si tratta di troncamento e non di elisione (l'apostrofo è il segno dell'elisione e non del troncamento): bisogna scrivere qual animo, qual anima.

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qualche  »  è errato usarlo in proposizioni negative, dove invece va sostituito da alcuno: Non ho visto alcun soldato (non si dovrebbe dire "qualche soldato") sulla via.

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quantitatívo  »  non usarlo come sostantivo invece di quantità: ho ricevuto ieri il quantitativo della merce.

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quello  »  si elide dinanzi a vocale e si tronca in quel davanti a consonante diversa da s impura, z, gn, ps: quel cane, quello zaino, quell'amico.
Al plurale fa quegli dinanzi a vocale, s impura, z, gn, ps; fa quei dinanzi a tutte le altre consonanti; fa quelli soltanto quando sia pronome, cioè quando non sia accompagnato da un nome.

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questióne  »  i puristi della lingua italiana sconsigliano di dire in questione, per indicare l'argomento di cui si tratta: il libro in questione; essere o non esser questione di una cosa.

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qui  »  è un grave errore accentarlo. Talora rafforza l'aggettivo o il pronome dimostrativo questo, mettendo in maggior evidenza che si riferisce a persona o a cosa vicina a chi parla: questo ragazzo qui è bravo a scuola.

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quivi  »  vuol dire in quel luogo e non si può usare per qui, che vuol dire in questo luogo.

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quotàre  »  i puristi sconsigliano di usarlo nel senso di apprezzare, stimare e simili: è un impiegato ben quotato. Sarebbe più corretto dire "meglio apprezzato", "stimato".
Lettera R
regnàre  »  è un grave errore scrivere regnamo, invece di regniamo, poiché la desinenza dei verbi di prima coniugazione è iamo.

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rène  »  non vanno confusi i reni (organi che secernono l'urina) con le reni (cioè, la regione lombare, la parte bassa della schiena).

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retrobottéga  »  è nome femminile o, più propriamente, è aggettivo sostantivato femminile, essendo sottinteso il nome stanza. Quindi, è errato dire come molti dicono: il retrobottega; più correttamente si dovrebbe dire la retrobottega, così come la retroguardia, la retrocucina.

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ricusàre  »  è errore usarlo nel senso del semplice negare: ricusò di riceverlo. Più correttamente si dovrebbe dire: negò di riceverlo.

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rifiutàre  »  significa non accettare; è un errore usarlo nel senso di semplice negare: rifiutò la grazia, rifiutò di riceverlo. Sarebbe più corretto dire "negò la grazia", "negò di riceverlo". riflèttere  »  è un errore usarlo nel senso di concernere, riguardare: non è cosa che ti riflette. Sarebbe più corretto dire: non ti riguarda, non ti concerne.

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rilasciàre  »  l'uso di questa voce nel senso di concedere o dare è sconsigliata dai puristi: gli rilasciò il passaporto, una ricevuta. Più correttamente si dovrebbe dire: gli concessero il passaporto; gli diede una ricevuta.

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riputàre o reputàre  »  nelle voci di riputare in cui l'accento cade sulla prima sillaba, la i va cambiata in e: quindi, si dovrebbe dire rèputo, rèputano.

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rispettàbile  »  è un errore usarlo nel senso di ragguardevole, considerevole come nella frase: egli possiede un rispettabile patrimonio. Più correttamente si dovrebbe dire: un patrimonio ragguardevole.

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rispettívo  »  viene usato spesso pleonasticamente in modo scorretto: tornarono alle loro rispettive case. Più semplicemente si dovrebbe dire: alle loro case.

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rivelàre  »  nel senso di dare indizio, mostrare, secondo i puriusti è un gallicismo da evitare: opera che rivela un grande ingegno. Più correttamente si divrebbe dire "che manifesta", "che dimostra", "che denota".

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rutilànte  »  aggettivo di derivazione latina, che significa "rosso vivo" e più genericamente "risplendente" (ad esempio, bandiere rutilanti). Non è raro riscontrare l'errore di questo aggettivo usato per intendere "roteante", "che si agita nell'aria", "che ruota nell'aria".
Lettera S
s impura  »  si chiama così la s seguita da altra consonante; essa ha importanza grammaticale solo quando sia all'inizio di un vocabolo.
Le parole che cominciano per s impura:
a) vogliono dinanzi a sé l'articolo determinativo nella forma lo, gli: lo scolaro, gli scolari;
b) non permettono dinanzi a sé il troncamento; pertanto, si deve dire un grande studio e non un gran studio; vedere scolari e non veder scolari;
c) per la stessa ragione, vogliono l'articolo indeterminativo nella forma uno non tronca: uno scolaro, uno studio;
d) quando hanno davanti gli aggettivi quello, bello, non permettono che si tronchino nel singolare; e al plurale li vogliono nella forma quegli, begli: quello scolaro, bello studio; quegli scolari, begli studi;
e) nelle parole composte, non raddoppiano la consonante iniziale, nemmeno con quei prefissi che lo richiederebbero: contrapporre, ma invece contrastare; assalire, ma invece aspirare.

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saltàre  »  come tutti i verbi di moto, si coniuga con l'ausiliare essere quando l'azione è considerata in rapporto a un luogo (È saltato dalla finestra; Era già saltato sul muricciolo), con l'ausiliare avere quando l'azione viene considerata in sé (Abbiamo saltato per un'ora; Ha saltato più alto di me).

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salúbre  »  ha il superlativo assoluto irregolare: saluberrimo.

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sànto  »  quando è seguito da un nome proprio si scrive solitamente minuscolo, diventando semplice aggettivo, e si tronca in san davanti ai nomi comincianti con consonante che non sia s impura, z, x, gn, (ps?) (san Giulio, san Pietro, san Francesco; santo Stanislao, santo Stefano). Se invece il nome proprio maschile o femminile comincia per vocale, si elide (sant'Antonio, sant'Orsola). Spesso si abbrevia in S. al singolare (S. Paolo, S. Caterina) e in S.S. al plurale (i S.S. Pietro e Paolo). Come aggettivo, santo si scrive maiuscolo nelle espressioni: Santa Sede, Santo Padre, Santissimo Sacramento, Terra Santa, Sant'Ufficio. Come sostantivo, si scrive maiuscolo quando si riferisce a un determinato santo: Il Santo ha fatto la grazia; Domani è la festa di tutti i Santi.

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sbagliàre  »  seconso i puristi è errato usare il verbo riflessivamente: mi sono sbagliato. Gli stessi puristi della lingua italiana consigliano che sia sostituito con la forma attiva: ho sbagliato.

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scéndere  »  è un modo dialettale dell'Italia meridionale usarlo nel senso di far scendere, portar giù: scendi quel bimbo dalla tavola, scendimi un libro. Più correttamente si dovrebbe dire "fai scendere quel bimbo dalla tavola", "portami giù un libro". Riguardo all'ausiliare, vedere SALTARE.

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scherzàre  »  è erroneo usarlo transitivamente nel senso di schernire, deridere, canzonare, come fanno in Alta Italia: i compagni mi scherzano. Correttamente, si deve dire: mi scherniscono, mi canzonano.

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scivolàre  »  riguardo all'ausiliare, vedere SALTARE.

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scòpo  »  è preferibile evitare di dire raggiungere uno scopo, perché raggiungere si dice di cosa che si muove, mentre lo scopo è fisso. Più correttamente, si dovrebbe dire "conseguire", "ottenere", "giungere a uno scopo".

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scotiménto  »  è errato scrivere scuotimento, perché il dittongo uo di scuotere si cambia nella semplice vocale o nei derivati, quando, come in questo caso, non vi cada più l'accento.

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 »  si riferisce solo al soggetto della proposizione; in tutti gli altri casi deve essere sostituito da lui, lei, loro. Quindi, non si dovrà dire la mamma lo voleva con sé; erano come fuori di sé, ma la mamma voleva che Carlo andasse a stare con lei.
Secondo le convenzioni ortografiche tradizionali, dovrebbe perdere l'accento quando è seguito da "medesimo" o da "stesso", perché tale posizione è sufficiente a rendere chiara la sua funzione. Di conseguenza, come si legge sul Vocabolario Treccani, l'accento sarebbe inutile, ridondante e improprio perché viene a trovarsi in protonia sintattica. Tuttavia tale norma, sempre come si legge sul Vocabolario Treccani, viene spesso disattesa, perché molte persone tendono a rendere uniforme l'uso di , ricorrendo sempre alla forma accentata in modo indistinto, anche a causa del fatto che il isolato è statisticamente più frequente del in combinazione con "medesimo" o "stesso".

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se non che  »  quando si scrive in una parola sola, si deve scrivere sennonché e non senonché, perché il prefisso se è uno di quelli che richiedono il raddoppiamento della consonante.

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séco  »  è un errore dire seco lui, seco lei, seco loro; più correttamente si deve dire con esso lui, con esso lei, con essi loro, o semplicemente con lui, con lei, con loro.

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secónda  »  è errato dire a seconda di invece che secondo. Mi regolerò a seconda delle circostanze; più correttamente si deve scrivere secondo le circostanze.

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sensíbile  »  quale gallicismo, è considerato errato dai puristi, quando viene usato nel senso di notevole, evidente, rilevante: miglioramento sensibile, differenza sensibile.

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sensibilménte  »  nel senso di notevolmente, molto, è voce condannata dai puristi (i prezzi sono sensibilmente calati) che invitano ad usare la forma sono notevolmente calati.

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sentirsi  »  regge l'infinito senza preposizione; quindi, è un errore dire: mi sento di morire; più correttamente si deve dire mi sento morire.

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senza  »  è una preposizione che regge direttamente il nome: senza libri, senza gli amici. Ma dinanzi a pronome personale vuole la preposizione di: senza di me, senza di loro.

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seròtino  »  aggettivo qualificativo che significa: tardivo. Errato quindi l'uso di questo aggettivo nel senso di serale, che succede di sera; né induca in errore il verso dantesco contra i raggi serotini e lucenti, dove serotino indica gli ultimi raggi del sole, i raggi che il sole manda alla fine della sua giornata, come serotini sono i frutti che l'albero matura alla fine della stagione.

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si passivante  »  improvvisamente si videro alcune stelle: in questa frase si videro equivale a furono viste, cioè ad un passivo. In tal caso il si è chiamato particella passivante, perché dà il valore passivo al verbo attivo al quale si accompagna. Il si passivante si usa solo alla 3^ persona singolare e plurale dei verbi transitivi: si vede il mare, si vedono le colline. Il verbo naturalmente deve concordare in numero col soggetto, perciò si dovrà dire si affittano appartamenti (e non si affitta), vendonsi libri usati (e non vendesi libri usati).

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sillabe  »  sebbene a rigor di termine nulla vieti di dividere in fin di riga una parola in modo che una sillaba composta da una sola vocale o da un solo dittongo vada all'inizio della riga seguente, si suole evitarlo: quindi, la parola ma-e-stra, essendo formata di tre sillabe, si potrebbe benissimo dividere mettendo ma in una riga ed estra nell'altra; praticamente, si divide in mae-stra. Criterio analogo vale per temei, parlai.

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so  »  prefisso che richiede il raddoppiamento della consonante iniziale della parola a cui si unisce, purché non sia s impura, z, x, gn, (ps?): soggiacere, socchiudere; sospingere.

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solére  »  nei tempi semplici vuole dopo di sé l'infinito senza preposizione: suole leggere, soleva andare al bar. Tuttavia, secondo i puristi della lingua italiana, nei tempi composti preferisce la preposizione di: egli era solito di scrivere, di andare al bar.

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sólo  »  è errato dire ho fatto ciò da solo, l'ha detto da solo. Più correttamente si dovrebbe dire ho fatto ciò da me solo, l'ha detto da sé solo, benché tale forma sia oarmai quasi in disuso nel linguaggio quotidiano.

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sónda  »  è errato usare questa voce invece di scandaglio, per indicare lo strumento che serve alle esplorazioni marine.

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sópra  »  preposizione che, quando è usata come prefisso per comporre parole, richiede il raddoppiamento della consonante iniziale a cui si unisce, purché non sia s impura, z, x, gn, (ps?): soprattutto, soprabbondare, sopralluogo, soprattassa.

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soprattútto  »  moltissimi sono coloro che scrivono sopratutto, forma errata in quanto il prefisso sopra vuole il raddoppiamento della consonante iniziale della parola a cui si unisce.

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sòrta  »  è sconsigliata la locuzione di sorta come aggiunta in una proposizione negativa: non c'è difficoltà di sorta. Più correttamente si dovrebbe dire non c'è alcuna difficoltà.

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sortíre  »  grossolano francesismo, se usato nel senso di uscire: sono sortito di casa.

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sortíta  »  usato al posto di "uscita" è un francesismo che andrebbe evitato.

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sótto  »  preposizione che, usata come prefisso per comporre parole, richiede dopo di sé la consonante semplice: sottovento, sottoporre. Sconsigliato è l'uso di "sotto" nella locuzione: sotto questo rapporto, sotto questo aspetto, invece che in questo rapporto, aspetto.

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sóvra  »  (Vedere SOPRA).

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spècie  »  sostantivo femminile invariabile al plurale: la specie, le specie.

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spiegàre  »  è sconsigliato l'uso di questo verbo nel senso di adoperare, mostrare, manifestare, dimostrare, dar prova, sfoggiare, come nella locuzione spiegare un grande ingegno, un gran coraggio.

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spiràre  »  si coniuga con l'ausiliare avere nel senso di soffiare (Il vento aveva spirato da tramontana), con l'ausiliare essere nel senso di uscire, morire (E' spirato il termine del concorso).

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sta  »  abbreviazone di questa, che si usa come prefisso per comporre alcune parole: stasera, stamattina, stanotte. Non vuole il raddoppiamento della consonante iniziale; è perciò errata la forma stassera. È un grave errore scrivere stà (con l'accento) quando è voce del verbo stare.

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stàre  »  verbo irregolare della prima coniugazione. Errate sono le forme stò, stà del presente indicativo perché non v'è ragione di fare eccezione alla regola che vuole atoni i monosillabi; stasti, stammo, staste e starono (invece di quelle corrette "stesti, stemmo, steste, stettero") del passato remoto; stassi, stassimo, stassero (invece delle corrette "stessi, stessimo, stessero") del congiuntivo imperfetto.

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studènte  »  è un errore dire studente in lettere, in medicina, ecc.; correttamente si dovrebbe dire studente di lettere, di medicina.

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stupíre  »  il verbo è erroneamente usato da taluni come transitivo; quindi, non si deve dire mi stupisce ma, più correttamente, mi dà stupore, stupisco. Anche in questo caso, però, la forma più diffusa è quella sconsigliata dai grammatici.

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su  »  preposizione che, quando è usata come prefisso per comporre parole, richiede sempre il raddoppiamento della consonante iniziale della parola a cui si unisce, purché non sia s impura, z, x, gn, (ps?): sullodato, summenzionato, suddetto.
Si scrive sempre senza accento; ma, secondo alcuni, è preferibile accentare l'avverbio per distinguerlo dalla identica preposizione.

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sublíme  »  non ammette gradi, poiché ha già significato superlativo; quindi non si deve dire: più sublime, il più sublime.

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sufficiènte  »  è erroneo scrivere sufficente (senza la i), poiché esso deriva dal latino sufficiens.

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suicídarsi  »  è un grossolano errore, poiché verrebbe a significare suicidare se stesso; mentre suicidare significa già uccidere se stesso. L'errore deriva da una forma francese che è entrata ormai nell'uso comune e che è biasimata dai grammatici persino in Francia. suo  »  sua, suoi, sue si usano soltanto quando si riferiscono al soggetto della proposizione; negli altri casi devono essere sostituiti da: di lui, di lei, di loro. Ad esempio, Il babbo fece a Carlo un bel regalo nel giorno dell'onomastico di lui; se dicessimo suo, si dovrebbe intendere che ricorreva l'onomastico del babbo.
Però, quando non c'è rischio di creare un equivoco, si può usare suo, sua, ecc. anche riferendoli a persona diversa dal soggetto.

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superfície  »  fa al plurale superficie, superfici; la forma più corretta è la prima, ma la seconda è più usata.

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superlativo assoluto  »  esso si forma aggiungendo il suffisso -issimo alla radice dell'aggettivo: bellissimo, carissimo.
Gli aggettivi che terminano in io con l'i accentata conservano questa i davanti al suffisso: pío, piissimo; quelli che terminano in io non accentato perdono la i : savio, savissimo (perché la i non accentata forma dittongo con la voce seguente e perciò fa parte della desinenza. Ampio ha il superlativo irregolare amplissimo.
Altri superlativi irregolari: acre, che fa acerrimo; aspro, asperrimo; celebre, celeberrimo; integro, integerrimo; misero, miserrimo; salubre, saluberrimo. Inoltre, benefico, magnifico, munifico fanno irregolarmente beneficentissimo, magnificentissimo, munificentissimo.

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superlativo relativo  »  si forma aggiungendo al comparativo l'articolo determinativo: più caro, il più caro; meno caro, il meno caro.
Però, quando il nome a cui l'aggettivo si riferisce precede l'aggettivo e abbia già l'articolo, è errore ripeterlo: la nazione più gloriosa (e non la nazione la più gloriosa); tuttavia l'articolo si deve ripetere quando davanti al nome c'è l'articolo indeterminativo (una lingua la più soave del mondo) oppure quando l'aggettivo anziché essere unito al nome come attributo fa ufficio di predicato (il tuo libro è il più bello che ci sia).

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supplíre  »  secondo i puristi è errato usarlo transitivamente: supplisce il professore (si dovrebbe dire supplisce al professore). Richiede l'ausiliare "avere". Tuttavia, va sottolineato che i vocabolari più aggiornati e consultati, come il Treccani, assegnano al verbo anche la forma transitiva. Pertanto, secondo l'uso corrente, è corretto anche dire supplisce il professore.

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suspense  »  sostantivo femminile invariabile che è tratto dalla lingua inglese (l'origine è latina ed il vocabolo inglese deriva dal francese "en suspens", in sospeso). Significa "stato di apprensione e di ansiosa attesa" ed è usato soprattutto con riferimento ad opere letterarie, teatrali, cinematografiche, televisive. È è un errore scrivere "suspence come fanno molti, ritenendolo un termine francese.
Lettera T
tal  »  troncamento di tale; non si apostrofa mai, nemmeno dinanzi a nome femminile cominciante per vocale, perché anche in questo caso si tratta di troncamento e non di elisione: tal animo, tal anima.

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te  »  pronome personale che si usa sempre come complemento. Può essere adoperato come soggetto dopo come, quanto nelle comparazioni (è ricco come te, è ricco quanto te) e nelle esclamazioni (Povero te!).
Viene adoperato come predicato dopo i verbi essere, sembrare, parere e simili: egli non è te, egli sembra tutto te. Se però il soggetto è tu, si deve usare anche come predicato la forma soggettiva: tu non sembri più tu; sarebbe un errore dire: tu non sembri più te.
Nelle proposizioni implicite, cioè col verbo all'infinito, si può usare tanto la forma soggettiva quanto quella oggettiva: partito tu (o partito te) tutto s'accomodò. Si può unire con la preposizione con formando la parola teco: Il Signore è teco, ma è un uso ormai antiquato.

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tèmpio  »  fa al plurale tèmpli.

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tenére  »  è sconsigliato l'uso nel senso di avere, possedere e simili: tengo una bella casa, tengo molti denari. Locuzioni sconsigliate dai grammatici perché considerate gallicismi o spagnolismi sono le seguenti: tengo a dire, a fare, invece che mi preme, mi importa; so a che tenermi, so quel che debbo fare, pensare; tenersi tranquillo, star tranquillo; tenere un libro, una cosa qualsiasi, averla; altro scorretto uso di tenere è il dire: tengo il letto, per sto a letto, sono in letto, sono costretto a starmene in letto.

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tèrmine  »  è ripresa dai puristi la locuzione a termine di legge; ai termini dell'articolo tale, invece che in conformità di, secondo l'articolo.

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tèrra  »  nel significato di globo terraqueo vuole l'iniziale maiuscola: la Terra gira intorno al sole.

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toccàre  »  usato intransitivamente si coniuga con tutti e due gli ausiliari. Con essere quando vale: capitare, succedere, spettare, esser necessario: Mi è toccato annunciargli la triste notizia; Non tocca a me dire queste cose. Con avere quando significa accennare: Quando gli ho toccato l'argomento della sua bocciatura, si è messo a piangere.

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torpèdine  »  è errato chiamare torpedine il siluro (detto in francese torpille e in inglese torpedo) che è tutt'altra cosa.

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tra  »  preposizione che, usata come prefisso per comporre parole, richiede dopo di sé la consonante semplice: trafiletto, trasecolare, trascendere. Unica eccezione: trattenere.

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tradíre  »  è erroneo usarlo nel senso di manifestare, scoprire, accusare: questo vestito tradisce la sua origine; il pallore tradiva la sua commozione; in questo senso, è una voce sconsigliata dai puristi che la ritengono un gallicismo.

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tradúrre  »  è errato l'uso di questa voce (frequente nel linguaggio burocratico) nel significato di trasportare, condurre: fu tradotto in carcere, in giudizio; è anche ripreso il modo di dire tradurre in atto o tradurre in pratica un'idea e simili, per metterla in atto, eseguirla, attuarla.

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traduzióne  »  errato è il modo di dire la traduzione dei detenuti in carcere. Più correttamente, si dovrebbe dire "il trasporto in carcere dei detenuti".

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tranvài  »  è erroneo scrivere tramvai, poiché la lingua italiana non consente l'uso della m innanzi alla v.

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traspòrto  »  è sconsigliato usarlo nel senso di moto, impeto: in un trasporto d'ira, dirai meglio in un impeto d'ira; l'abbracciò con trasporto, meglio dire "con grande affetto, con gioia"; studia con trasporto, meglio dire "con zelo, con viva passione".

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troncaménto  »  il troncamento è possibile con parole polisillabe di numero singolare (non si potranno mai troncare parole plurali), che abbiano davanti alla vocale finale atona una consonante liquida (l, r) o nasale (m, n); queste, se sono doppie, nel troncamento diventano semplici: signor preside, mal di mare, son buoni, bel bambino. Il troncamento si verifica solitamente quando la vocale finale è una e o una o; se è una a, la parola si tronca solo in ora (or ora), suora (Suor Anna) e nei composti di allora, ancora (allor dunque, ancor ieri). Non può farsi dinanzi a parole che cominciano con s impura, z, x, gn, (ps?); quindi si dovrà dire: grande zelo, grande studio, grande psicologo e mai gran zelo, gran studio, gran psicologo.

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tròppo  »  si abusa, al modo francese, di troppo, nel senso di molto, assai, quando non indica un vero eccesso: è troppo giusto, non mi sento troppo bene, non ho troppo a lodarmi di lui. Si dirà più correttamente: è molto giusto, non mi sento molto bene ecc.. Francesizzante è anche il costrutto seguito da per: è troppo buono per arrabbiarsi di questo; più correttamente si dovrebbe dire: è troppo buono da arrabbiarsi.

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tròtto  »  è errore dire corsa al trotto; più correttamente si dovrebbe dire corsa di trotto.

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trovàre  »  secondo i puristi è errato l'uso di questo verbo nel senso di giudicare, reputare, stimare: ti trovo dimagrito; trovo che hai fatto male a lasciare l'impiego. Più correttamente si dovrebbe dire: mi pare che ti sei dimagrito; reputo che hai fatto male, ecc..

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tu  »  (Vedere TE).
Lettera U
ubriacàre  »  è scorretto scriverlo con due b: ubbriacare.

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uccisóre  »  al femminile fa ucciditríce.

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ulterióre  »  è errato secondo i puristi nel significato di nuovo, secondo, altro: attendere un ulteriore avviso.

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un  »  forma tronca dell'articolo indeterminativo maschile e del numerale cardinale maschile uno. Si usa in questa forma tronca dinanzi a vocale o a consonante che non sia s impura, z, x, gn, (ps?) : un uomo, un cane. Sarebbe un errore grave apostrofarlo dinanzi a vocale quando il nome sia maschile, perché l'apostrofo non è mai il segno del troncamento, bensì è il segno dell'elisione e dell'apocope. Si apostrofa pertanto un' dinanzi a nome femminile, perché allora non si tratta più di troncamento, ma di elisione: un inventario, un'anima; un amico, un'amica.

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unísono  »  è errore scrivere unissono, poiché il prefisso uni non vuole dopo di sé il raddoppiamento.

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uno  »  aggettivo numerale cardinale. Nei numerali composti da uno, come ventuno, trentuno, quarantuno, ecc., il nome che li accompagna resta al singolare quando sia posposto al numerale e non sia unito all'articolo o ad un aggettivo: ventun cavallo, mille e una notte; i ventun cavalli, ventun bei cavalli, cavalli ventuno.

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uo  »  è uno dei due dittonghi mobili (l'altro è ie). Secondo una regola modellata sull'uso toscano, ma attualmente non sempre seguita, questo dittongo dovrebbe mutarsi nella semplice vocale o quando, nel corso della coniugazione o per l'aggiunta di suffissi o prefissi, l'accento si sposta su altra sillaba della parola in cui era il dittongo stesso: giuòco, giocàva; uòmo, ométto; figliuòlo, figliolíno. Le sole eccezioni sono rappresentare dai verbi vuotare e nuotare che conservano il dittongo anche nelle voci in cui non cade l'accento, per distinguerle dalle voci dei verbi votare (dare il voto) e notare (prendere nota).
Lettera V
vadino  »  è la forma dialettale errata usata al posto di vadano.

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vaglia  »  resta invariato al plurale: i vaglia.

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veníre  »  l'uso del verbo venire con la preposizione da, per indicare un'azione appena compiuta, è francesismo decisamente sconsigliato dai puristi della lingua italiana: vengo dal dire (è più corretto "ho detto"); vengo dal fare (è più corretto "ho fatto").

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vèntre  »  è errata, poiché considerata un gallicismo, la locuzione correre ventre a terra, per correre di carriera, a gambe levate.

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ventúno  »  quando è usato come aggettivo, il nome che lo accompagna resta al singolare quando sia posposto al numerale e non sia unito all'articolo o a un aggettivo: ventun cavallo, ventuna notte. Altrimenti, bisogna usare il plurale: i ventun cavalli, ventun bei cavalli, cavalli ventuno.

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versaménto  »  è sconsigliato usarlo nel senso di versare denaro; più correttamtene, si dovrebbe dire: pagamento, consegna, deposito, somma.

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vèste  »  i puristi consigliano di evitare di usare questa voce nel senso di qualità, facoltà: sono qui in veste di rappresentante, non ho veste per fare questa cosa; sono modi criticati, sebbene abbastanza usati, come neologismi inutili e barocchi.

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viràgo  »  nome femminile che al plurale fa viràgini.

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vistóso  »  è sconsigliato usarlo se riferito a patrimonio, spesa e simile; più correttamente si dovrebbe dire "grande", "cospicuo", "notevole".

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volàre  »  si coniuga con l'ausiliare avere quando l'azione è considerata in se stessa (Ieri ho volato per la prima volta), con l'ausiliare essere negli altri casi (Il tempo è volato; Son volato a casa, subito dopo l'uscita dall'ufficio; Mi è volato via il cappello).

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volére  »  si coniuga con l'ausiliare avere quando è usato isolatamente (Non ho voluto); con l'ausiliare del verbo che lo accompagna quando assolve la sua normale funzione di verbo servile (Non son voluto andare; Hai voluto vederlo). Si usa tuttavia l'ausiliare avere quando si vuol mettere in rilievo l'idea di volontà: Ho voluto andare; Ha voluto partire. Se è unito ad un verbo riflessivo, si coniuga con l'ausiliare essere se la particella pronominale lo precede, con l'ausiliare avere se lo segue: Si è voluto accorgere solo ora; Ha voluto accorgersi solo ora. E' un errore usarlo in senso di dovere: Questo abito vuole essere stirato.

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vuotàre  »  fa eccezione alla regola del dittongo mobile, e conserva il dittongo in tutte le voci, per non confonderle con quelle del verbo votare (dare il voto).
Lettera X
x  »  quando è iniziale di parole vuole l'articolo nella forma lo, gli, uno (lo Xanto, gli xilografi, uno xilografo), come la s impura. Va però ricordato che si nota la tendenza a sostituirla con s ("silòfono, senòfobo, silògrafo" invece che "xilòfono, xenòfobo, xilògrafo").
Lettera Z
z  »  quando è iniziale di parola vuole l'articolo nella forma lo, gli, uno, come la s impura (lo zàino, gli zàini, uno zàino). Tuttavia, davanti a z semplice, non mancano eccezioni anche di buoni scrittori. Carducci diceva, per esempio, il Zanichelli.

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zabaióne  »  bisognertebbe evitare di scrivere zabaglione che è modo scorretto.