nota biografica
Terrabianca è una frazione di Tortoreto, comune antico e tranquillo della provincia di Teramo, dove nel 1937 nasce Albertina D'Angelo, seconda e ultima figlia di Giuseppe e Antonietta Core: lui è un uomo alto, forte e taciturno; lei, un chiodo di donna con una intelligenza a tiro rapido. In famiglia c'è già Claudia, chiamata Dina, che ha cinque anni e che è venuta dopo il primo figlio, un maschio morto di polmonite a qualche settimana dal parto, la cui scomparsa segna per sempre Antonietta.
Albertina cresce serena. In una foto assieme alla sorella, stringe una bambola di pezza da cui non si separa mai, il giocattolo che le tiene compagnia per tutta l'infanzia. Entrambe le ragazze si distinguono per la bravura a scuola e sono l'orgoglio di genitori e parenti. Dina, però, lascia presto i banchi perché è una eccellente ricamatrice e il denaro che guadagna è un richiamo troppo forte, soprattutto per un'indole indipendente come la sua. Albertina, invece, impara presto che la cultura è la via da percorrere nella sua vita; non solo: leggendo tutti i libri che trova nelle biblioteche pubbliche o che riesce a farsi prestare (le insegnanti sono felici di aiutarla), scopre un mondo nuovo e sempre più vasto.
Sopra, una immagine della maestra Albertina D'Angelo, moglie di Fausto Carapucci, madre e insegnante elementare per tutta la vita. Ha sempre amato i bambini e i fiori.
D'inverno è difficile stare con gli occhi sulle pagine perché fa freddo e l'unico sollievo è un mattone riscaldato nel camino, da mettere fra le lenzuola. D'estate si può imparare di più perché c'è l'acqua fresca di un pozzo che disseta e ci si può stendere con la pancia a terra, trascorrendo ore sui testi a lume di candela. Fra gli autori preferiti, Ovidio, Ignazio Silone, Ada Negri e, in particolare, Grazia Deledda.
Il passaggio alle scuole medie fa apprezzare Albertina da tutti i docenti e in particolare dalla professoressa Aurora Montauti che le dimostra stima e affetto materno, così come avvenuto alle Elementari con la maestra Lucia Capuni di Corropoli.
In quei tempi, poter frequentare le Superiori era un privilegio legato alle doti intellettuali ma soprattutto alle disponibilità economiche. La madre Antonietta è categorica: o si viene sempre promossi, o si va nei campi a raccogliere l'erba per gli animali.
Albertina è fortunata perché la sua presenza è contesa nelle case dei più abbienti, dove ogni cosa ha un prezzo, tranne il talento, impossibile da acquistare. La più "accorata" è una famiglia di possidenti terrieri che vede in lei la compagna ideale per la figlia, non molto legata a libri e doveri. Don Michele, il patriarca, membro di una casata nota nell'intera provincia, si reca a parlare con Peppe (diminutivo di Giuseppe) per chiedergli il consenso di ospitare la ragazza nella sua casa. Nel mondo contadino, due braccia fanno comodo ma non c'è alcun tentennamento: il permesso è subito accordato, anche perché si tratta di gente perbene, di galantuomini.
Un episodio saluterà la partenza di Albertina verso l'istituto magistrale: rivelatasi la studentessa più brava, le viene concesso un omaggio denso di significato soltanto nei tempi andati: la giovinetta vene fatta sfilare con una coroncina d'alloro sui capelli, fra due ali di compagne che la applaudono. Di questo tributo, semplice e bello, non sarà mai fatto cenno, forse per imbarazzo. Soltanto dopo la sua morte, un'amica ricorderà quei momenti, stupita dell'umiltà che aveva fatto calare il silenzio su un riconoscimento da non dimenticare.
Le Magistrali a Teramo, allora capoluogo di provincia e di conoscenza, sono scandite da pagelle con i voti migliori dell'istituto, tranne che in ginnastica, forse per la rivalsa di una professoressa che avrebbe voluto contare di più. A spiccare su tutti è il professor Cameli, un umanista autorevole che, quasi quarant'anni dopo averla avuta come allieva, ricordava ancora il "talento naturale per il latino" di Albertina, capace di leggere e parlare la lingua di Cicerone perfino in tarda età.
Il docente non riuscì mai a rassegnarsi al fatto che, dopo i quattro anni di Superiori, il cammino scolastico della sua allieva più dotata era destinato a finire. Quella ragazza cresciuta in campagna, in una casa dove uno dei due libri custoditi con cura era la Bibbia, dove vicini e parenti masticavano a malapena la lingua italiana, già a 14 anni traduceva all'istante brani complessi che richiedono una forma mentis incompatibile con un ambiente agreste.
Durante la prima giovinezza, Albertina fa il pieno di letture: trova libri nella casa che la ospita come una seconda figlia, nelle biblioteche dell'istituto e della città. Divenuta donna e maestra elementare, ogni tanto sorrideva e raccontava del professore di religione, il quale fingeva di non accorgersi che lei si nutriva a testa bassa delle parole dei grandi autori italiani, francesi, russi, mentre le compagne imparavano le preghiere da ripetere in chiesa.
Albertina tenta in tutti i modi di arrivare a frequentare l'università di Urbino, dove si sarebbe iscritta a Magistero, benché il suo sogno sia la facoltà di Lettere. Però, le speranze e la Fede in quel Dio che le aveva donato intelligenza e volontà, in assenza di borse di studio, non bastano a procurarle un incarico da istitutrice: nel pomeriggio insegnante per i ragazzi benestanti e studentessa nelle ore rimanenti. Anche per quel lavoro occorreva la parola di un potente o di qualche monsignore ossequioso, mentre le raccomandazioni di parroci umili e devoti e di professori più avvezzi allo studio che alle frequentazioni restavano pie intenzioni. Onestà e trasparenza non procurano il viatico fra prelati che parlano più con gli uomini che con Dio.
Sempre tenace, Albertina non si perde d'animo e vince il concorso da insegnante elementare col massimo dei voti e al primo tentativo, inizia a risparmiare e conosce Fausto Carapucci.
In una foto sono ritratti lei e il solo uomo della sua vita ancora fidanzati, sorridenti di fronte all'obiettivo, con il mare sullo sfondo. La vita renderà quel mare gonfio e scuro e più di un'onda sommergerà i due ragazzi che avevano moltiplicato il poco ricevuto.
Ogni donna che desidera sposarsi si immagina moglie con l'abito lungo e bianco, magari con lo strascico. Albertina deve accontentarsi di uno che le arriva al ginocchio, perché quello classico costa troppo. Tuttavia il suo sorriso, mentre Fausto le tiene una mano sulla spalla e lei stringe il bouquet, è un tesoro che si vede di rado.
Risparmiando e fantasticando, Albertina e Fausto costruiscono una villetta, fra l'invidia degli sciocchi e l'ammirazione dei migliori. Per alcuni anni vivono sereni. Poi, pagano il prezzo della loro umile felicità, perché le avversità amano bussare alle porte dei più probi.
Quando Fausto viene condannato a morte dall'inettitudine di cinque medici ospedalieri a leggere correttamente un elettrocardiogramma, per tre settimane, due volte al giorno, Albertina attende il figlio che le impone di non entrare con lui nel reparto di Rianimazione, seduta con le mani giunte su una panca della sala d'aspetto. Ubbidiente, per tutto il tempo fissa il pavimento e prega, fino a che il suo unico amore di donna va a raggiungere il secondogenito Paolo, volato via a 30 anni, pochi mesi prima che la coppia andasse in pensione.
Dopo la morte di Fausto, Albertina rimane come un fiore senz'acqua: giorno per giorno si fa più smunta, appassisce pur restando aggrappata alla vita con l'istinto di chi coltiva la terra e non si arrende mai. Minuta e forte. La sua non è semplice resilienza, ma speranza, cioè spinta inesausta a guardare oltre, arrivando al Cielo.
Nella foto soprastante, Albertina è insieme al suo Fausto, con cui ha condiviso tutto per quasi 60 anni. Sono abbracciati sulla terrazza della loro casa.
A 80 anni, nonostante le sofferenze patite, la maestra è ancora capace di incantarsi e di esclamare: "Guarda che bella", riferendosi alla luna che riempie il cielo di notte. Non ha avuto talento soltanto per il latino, per le materie umanistiche e per l'insegnamento che le ha regalato decine di altri figli affettuosi, ma è stata in grado di coltivare la forza ad andare avanti senza mai esibire la sua energia interiore. Sino alla fine, la sua anima resta quella della bambina che stringeva la bambola di pezza. Il rimpianto la coglie solamente quando ripensa ai suoi alunni più dotati ai quali l'esistenza a negato le gratificazioni che meritavano.
Albertina D'Angelo è morta lontano dalla sua casa spaziosa e piena di luce, con i fiori in terrazza e in giardino. E' spirata in un letto d'ospedale fissando negli occhi il figlio atteso per almeno 4 minuti senza aria nei polmoni, atteso pur non sapendo che sarebbe venuto. Senza mai un lamento, ha lottato per 56 giorni superando un intervento neurochirurgico e complicanze che si riscontrano sui testi accademici e quasi mai nella pratica quotidiana.
Nel giorno dell'addio, Giuseppe sente di dovere andare a trovare la mamma in anticipo rispetto al solito e si prepara ad attendere ore; prima di raggiungere l'immensa costruzione, devia dalla strada battuta per giorni, si ferma in un negozio di casalinghi e compra una rosa di plastica... che le infermiere poseranno tra le mani di sua madre nella bara.
Albertina è stata contagiata da un angelo del Covid-19, da un medico o da un infermiere che la retorica dell'emergenza ha promosso eroi, anche quando sono stati soltanto i birilli sbagliati nel posto sbagliato.
Nel reparto di Medicina, l'anziana signora è riuscita a farsi benvolere da tutti, com'era avvenuto in una vita da insegnante; l'amorevole dottoressa Simoncelli, la caporeparto delle infermiere, una delle operatrici sanitarie: una alla volta, esprimono con parole sincere il dispiacere per la perdita di una creatura che ispirava tenerezza.
Infine, il figlio torna a piedi nell'appartamento poco distante, con in mano una busta di plastica bianca dove sono raccolti gli ultimi oggetti e indumenti di sua madre, tranne la parte superiore del pigiama rosa regalatole due mesi prima, forse gettato perché macchiato di sangue.
Mio padre mi ha insegnato il rigore; mia madre, a guardare la luna.
Nota biografica scritta dal figlio Giuseppe.