GUIDA GRAMMATICA ITALIANA


ERRORI GRAMMATICALI PIÙ COMUNI (2)

Avvertenza: questo elenco degli errori grammaticali più comuni è conforme alle regole più ortodosse dalla lingua italiana. I riferimenti principali sono stati la 'Grammatica italiana moderna' ed il 'Novissimo dizionario della lingua italiana' di Fernando Palazzi, considerato un purista. Tuttavia, va sottolineato che alcuni vocaboli e locuzioni, criticati dai grammatici più rigorosi, sono entrati nell'uso quotidiano e in pochi li riterrebbero gravi errori (come nel caso dei francesismi).
Lettera E
ebbimo  »  è un errore; bisogna dire avemmo.

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ebbro  »  è errore scrivere ebro, ebrezza, invece che ebbro, ebbrezza; nota però che, invece, il verbo è inebriare (con una sola b).

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eccentricità  »  secondo i puristi è erroneo usarlo per indicare stranezza, stravaganza, bizzarria, lontananza di un luogo dal centro di una città.

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eccèntrico  »  è sconsigliato usarlo nel senso di strano, stravagante, pazzoide, bizzarro; remoto, lontano, solitario, appartato dal centro di una città.

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eccepíre  »  i puristi riprovano l'uso di questo verbo, esteso fuori del campo strettamente giuridico. Secondo i puristi di dovrebbe scrivere: obiettare, opporre, osservare, replicare, rilevare, addurre.

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eccèsso  »  è poco corretta la locuzione all'eccesso. Meglio è usare gli avverbi: eccessivamente, soverchiamente, troppo: E' troppo permaloso (non si dovrebbe dire permaloso all'eccesso).

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eccètto  »  è una preposizione che significa "All'infuori di", "ad eccezione di". Essa serve a indicare l'esclusione di un singolo o di singoli elementi da una totalità: ad esempio, non gli manca niente, eccetto la tranquillità. Questa preposizione, seguita da "che" o da "se", diventa una locuzione congiuntiva ed assume il significato di "a meno che", "salvo il caso che". Di conseguenza, ad esempio, appare corretto scrivere sia "Eccetto me", sia "Eccetto che me".

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eccezionàle  »  aggettivo che va scritto con una sola z (è un errore scrivere eccezzionale).

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eco  »  è un nome usato talvolta come maschile e talvolta come femminile al singolare; ma è sempre maschile al plurale: gli echi.

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effettuàre  »  per i puristi è errato l'uso del riflessivo per intendere "aver effetto", "accadere": la cosa non si effettuò, la gita non si effettuerà, il caso non si è effettuato. Sarebbe più corretto dire: la cosa non ebbe effetto; la gita non avrà più luogo o non si farà più; il caso non si è avverato.

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egli  »  ella, lui, lei, loro vanno usati solo riferendoli a persona; per animale o cosa vanno usati esso, essa, essi, esse.

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elevàre  »  è sconsigliato l'uso di elevare un dubbio per intendere muovere, proporre, mettere innanzi ecc.. Ugualmente sconsigliato è scrivere elevare una contravvenzione per intendere intimarla, infliggerla.

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eméttere  »  è poco corretta la frase emettere un'opinione, per intendere "esprimerla", "esporla".

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eminènte  »  è erroneo dire mi ha reso eminenti servizi, per intendere segnalati, preziosi, pregevoli.

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entità  »  è sconsigliato usarlo nel senso d'importanza, valore: patrimonio di una certa entità, cose di poca entità. sarebbe più corretto dire di lieve momento, di poca importanza. equívoco  »  i puristi considerano errato il vocabolo se usato con riferimento a persona, condotta, contegno e simili, invece di dubbio, non schietto, insincero, sospetto: è un uomo equivoco; sarebbe meglio dire di dubbia fede, di dubbia moralità, misterioso, sinistro.

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erígere  »  secondo i puristi è errato scrivere erigersi a maestro, invece di scrivere "arrogarsi", "assumere ufficio di maestro", "farla da maestro", ed espressioni simili.

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esclusióne  »  erroneo l'uso della locuzione ad esclusione, invece di scrivere "escludendo", "eccettuato": v'erano tutti, ad esclusione di Giorgio; sarebbe più corretto dire v'erano tutti, eccetto, salvo, eccettuato.

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evàdere  »  errato è l'uso transitivo del linguaggio burocratico: evadere una domanda, una pratica, per intendere "dar loro corso", "sbrigarle".

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evasióne  »  secondo i puristi, è errata la locuzione dare evasione, invece di scrivere "dare risposta", "sfogo", "corso", "condurre a termine", "sbrigare", "disimpegnare". Ho dovuto sbrigare (non evadere) una pratica per ottenere il passaporto.
Lettera F
fàccino  »  forma dialettale errata; la forma corretta è facciano.

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fallire  »  nel senso di sbagliare, non corrispondere, vuole l'ausiliare avere; negli altri sensi, vuole l'ausiliare essere: ha fallito alla nostra attesa; sono falliti altri commercianti.

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familiàre  »  secondo i puristi, è un errore scrivere famigliare, famigliarità, famigliarmente, famigliarizzare.

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fàre  »  è verbo irregolare della seconda coniugazione, da un supposto infinito regolare facere.
Esso è usato erroneamente al posto di dire : «Allora - fece Carlo - le cose stanno così » ; dirai correttamente: disse Carlo. Pietro fece il suo nome; dirai invece: disse il suo nome.
Invece di dare : fammi un bacio. Dirai correttamente: dammi un bacio.
Invece di prendere: ha fatto la febbre, la scarlattina, ecc. ha preso la febbre, ecc. oppure: è stato malato di scarlattina.
Invece di conseguire, ottenere: egli ha fatto un'eredità; dirai più correttamente: egli ha conseguito un'eredità.

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fenòmeno  »  è sconsigliato usarlo nel senso di cosa mirabile e straordinaria, di uomo di grande ingegno e simile.

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fermàre  »  i puristi criticano l'uso di questa voce nel senso di "chiudere" (ad esempio, Ho fermato la porta), poiché si tratta di un gallicismo.

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figliale  »  forma errata usata al posto del corretto filiale: amor filiale. Analogamente, si dovrebbe dire: filialmente, filiazione e non "figlialmente", "figliazione".
Filiale, casa di commercio che dipende dalla casa principale; in questo senso, sarebbe più corretto dire succursale, dipendente.

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figuràre  »  è sconsigliato usare questa voce nel senso di "essere", "apparire", "trovarsi": il suo nome è (non figura) accanto al mio; fra gli intervenuti si trovavano (non figuravano) le autorità militari.

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fila  »  il plurale di fila è file e non fila, che è una delle due forme plurali di filo. Perciò, è un errore dire tra le fila dell'esercito, di un'associazione.

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finire  »  quando regge un verbo all'infinito deve essere costruito con la preposizione con, non con per o a: Giulio a teatro ha finito con l'addormentarsi; Quel gran chiacchierone di Antonio ha finito col compromettersi. È un errore dire ha finito ad addormentarsi o per addormentarsi, a compromettersi o per compromettersi.

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fra  »  è una preposizione semplice che, quando è usata come prefisso per comporre parole, richiede il raddoppiamento della consonante: frapporre, frammettere, frammezzare, frammischiare.

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frútto  »  al singolare ha due forme: il frutto e la frutta. Frutto si usa in senso figurato (il frutto della fatica, il frutto del lavoro) e in senso proprio per indicare tutto ciò che la terra produce (il frutto dell'arancio, il frutto dell'albicocco). Frutta (femmnile singolare) si usa per indicare il prodotto mangereccio delle piante. In questo senso si usano pure le due forme femminili del plurale: le frutta e le frutte. il maschile plurale, frutti, si usa specialmente in senso figurato (i frutti del capitale, i frutti dell'ozio) e, in senso proprio, per indicare i molluschi marini (i frutti di mare) o i frutti ancora sull'albero (un pero carico di frutti).

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fuòri  »  è sconsigliato l'uso del modo all'infuori, invece di fuorché, eccetto, ad eccezione ecc.: Ci sarò certamente, salvo che non mi succeda qualche guaio; «Tutti argomenti alla salute sua eran già corti, fuorché mostrargli la perduta gente» (Dante).
Lettera G
galòppo  »  è errore dire corse al galoppo (sebbene si tratti della forma più comunemente usata); sarebbe più corretto dire corse di galoppo.

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generalità  »  scorretto l'uso nel senso di notizie personali, dati personali, notizie per l'identificazione di una persona, nome, paternità, data e luogo di nascita, professione, ecc.; e così è pure poco corretta la locuzione la commedia non piacque alla generalità, invece di scrivere "non piacque ai più", "in generale non piacque".

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gia  »  i nomi femminili che escono al singolare in gia (senza l'accento sulla i) fanno al plurale in ge, se davanti a questa terminazione c'è una consonante; altrimenti, terminano in gie se c'è una vocale. Ecco gli esempi: scheggia, schegge; pioggia, piogge (primo caso); regia, regie; valigia, valigie (secondo caso).

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giocàre  »  i puristi non vogliono che si usi nel senso di divertirsi, trastullarsi, detto particolarmente di ragazzi: i bambini giocano in giardino; secojdo i puristi, sarebbe più corretto dire "si divertono", "si baloccano". È poi un errore scrivere giuocare, giuocava ecc., per la solita regola del dittongo mobile.

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giovare  »  quando si costruisce con un verbo infinito dipendente rifiuta la preposizione; quindi, bisogna scrive giova studiare e non giova di studiare.

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gli  »  significa solamente a lui; è un errore usarlo nel senso di a lei, a loro: Vidi Carla e gli domandai cosa facesse; Se vedrò i tuoi amici, gli porterò i tuoi saluti. Per quanto contrario alle buone regole grammaticali, questo uso del pronome gli anche per il femminile e per il plurale tende ad estendersi ed a diventare normale.
Con lo, la, li, le, ne forma tutta una voce: glielo, gliela, glieli, gliele, gliene; e, quando sia così unito, si può usare anche riferito a nome femminile ed a nome plurale, per evitare costrutti complicati e poco armoniosi: incontrai Giorgia e gliene dissi di tutti i colori; ai tuoi fratelli gliela cantarono chiara.
Gli si unisce poi come suffisso ai verbi: dirgli, fargli, parlargli.

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glícine  »  errato usarlo come sostantivo femminile: la glicine.

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goliardo  »  per i puristi è errata la forma: gogliardo. Analogamente, si deve dire goliardico e non "gogliardico"; goliardìa e non "gogliardìa".

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granché  »  è un pronome indefinito e un sostantivo maschile, a seconda dell'uso che se ne faccia. Esso costituisce la grafia unita di "gran che". Come tale viene riportato da vari vocabolarii, fra i quali il Devoto-Oli e il Treccani. Va ricordato che esso richiede l'accento acuto e non quello grave (cioè, è). Inoltre, sebbene il suo uso sia molto frequente e sebbene la congiunzione "che" si unisca spesso con avverbi e preposizioni, appare preferibile ricorrere alla forma "gran che", con la separazione dei due elementi (Dizionario di Fernando Palazzi).

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grande  »  si tronca in gran dinanzi a consonante che non sia s impura, z, x, gn, ps: un gran poeta. Dinanzi a vocale non si tronca, ma si elide: un grand'uomo; una grand'anima; ma dirai invece un grande zaino, un grande psichiatra.

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gratis  »  è errata la locuzione a gratis. Ecco, invece, la forma corretta: Sono andato a teatro gratis (non "a gratis"). Oppure, si dovrebbe usare l'avverbio: gratuitamente.

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guardaròba  »  secondo i puristi è un errore usare "guardaroba" come sostantivo maschile (il guardaroba), per indicare l'armadio o la stanza. Sempre secondo gli studiosi più ortodossi della lingua italiana, è più corretto dire la guardaroba (con il plurale guardarobe). Tuttavia, va rimarcato che oggi tale vocabolo viene utilizzato quasi esclusivamente nella sua forma maschile singolare invariabile (cioè, valida anche per il plurale).
Lettera I
ie  »  è uno dei dittonghi mobili che, secondo una regola strettamente modellata sull'uso toscano, dovrebbe ridursi alla semplice vocale e quando su di esso non cade l'accento e quando, nella coniugazione dei verbi, l'accento si sposta sulla desinenza. Fanno eccezione i verbi mietere e presiedere. Esempio: piède, pedèstre; siède, sedéva; mieteva, presiedeva. Tuttavia, tale regola non appare oggi seguita rigorosamente. Sono infatti invalse nell'uso forme come allietàva, risiedévano, mietevàte, diecina, tiepidézza, ecc. che hanno soppiantato alletava, risedéva, metevàte, decina, tepidézza.

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identificàre  »  invece d'identificare una persona, modo ripreso dai puristi, si dovrebbe dire "riconoscerla", "ravvisarla"; invece d'identificare un fatto, si dovrebbe dire "accertarlo". Inoltre, sempre secondo i puristi, è errato l'uso del riflessivo nel senso di uniformarsi, immedesimarsi, investirsi, mettersi nei panni di qualcuno.

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igiène  »  salute, sanità: curare l'igiene delle scuole. Sarebbe più correttamente dire: curare la salute, la sanità delle scuole.

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immenso  »  non ammette gradi; pertanto, non si dice più immenso, immensissimo.

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imparàre  »  è comune idiotismo usare questo verbo invece del corrispondente insegnare: chi ti ha imparato l'educazione?. Correttamente si deve dire chi ti ha insegnato l'educazione? È anche comune errore usare il verbo in forma riflessiva: il ragazzo s'impara la lezione, invece di impara la lezione.

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impegnàre  »  maniere sconsigliate: impegnare una lite, attaccar lite, iniziarla, accenderla; impegnare un combattimento, ingaggiarlo; impegnare una ragazza per il ballo, farsi promettere che ballerà con voi; impegnare una carrozza, accaparrarla; l'amicizia impegna a soccorrere gli amici, fa obbligo, impone l'impegno.

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impiegàre  »  si consiglia di evitare di usare questo verbo nel senso di "mettere tanto tempo": da Milano a Como c'impiego un'ora. È più corretto dire "ci metto".

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impórre  »  è sconsigliato usarlo intransitivamente nel senso d'incutere reverenza, suscitare ammirazione: è uno spettacolo che impone ammirazione, ha una presenza che impone rispetto. È più corretto dire "che suscita ammirazione o rispetto".

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importànte  »  in tempi recente si abusa dell'aggettivo importànte: Quella casa ha un ingresso importante; un uomo dalla voce importante, ecc. Usato in modo improprio e generico, tale aggettivo evidenzia povertà di linguaggio, scarso bagaglio lessicale. Pertanto, è preferibile dire Quella casa ha un ingresso lussuoso (oppure, grande, spazioso, raffinato, ecc.); un uomo dalla voce possente (oppure, autorevole, austera, forte, squillante, ecc.).

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importànza  »  i puristi sconsigliano di dire annettere o attaccare importanza, invece di "dare importanza".

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impossíbile  »  è preferibile non usarlo riferito a persona, nel senso d'intrattabile, insopportabile: è una donna, è un uomo impossibile.

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impresàrio  »  sostantivo maschile che, in senso stretto, significa gestore di un teatro oppure organizzatore di spettacoli. Il lemma viene spesso usato erroneamente per significare "imprenditore".

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in  »  preposizione usata erroneamente al posto della preposizione di in certe frasi: statua in bronzo, invece di statua di bronzo; mercante in legname invece di mercante di legname; vestire in grigio, invece di vestire di grigio. E così anche abito in seta, lampada in ferro battuto, ecc. invece di abito di seta, lampada di ferro battuto, ecc.
È usata anche erroneamente al posto della preposizione articolata nella: in serata, in giornata, ecc., invece di nella serata, nella giornata.

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incorso  »  è il participio passato del verbo incorrere. Purtroppo, avviene sempre più spesso che lo si scriva per indicare un'azione corrente, che si sta svolgendo. Ad esempio, è un grave errore scrivere "è incorso una operazione della Polizia", perché bisogna usare la forma "è in corso una operazione della Polizia". L'errore è banale, ma la frequenza con cui si verifica è quasi allarmante.

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indeclinabilménte  »  per intendere certamente, sicuramente è un uso errato.

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indirízzo  »  da evitare i modi: queste cose sono dette al tuo indirizzo, al posto di "sono dette per te"; ad esempio, fu firmata una domanda all'indirizzo al Sovrano. È più corretto dire fu firmata una domanda, una petizione, una rimostranza ecc.

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individuàle  »  da evitare i modi: libertà individuale, invece di personale; una mia opinione individuale, al posto di "personale", "mia".

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inebriàre  »  è errore scrivere, come molti fanno, inebbriare; l'aggettivo da cui il verbo deriva è infatti ebbro ma, nella derivazione, la b diventa semplice.

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influènte  »  di persona, che ha autorità, credito, potenza; che è autorevole, importante; è voce di uso oramai comune, ma viene sconsigliata dai puristi.

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influènza  »  ne è sconsigliato l'uso per intendere efficacia, autorità, credito, influsso.

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innúmero  »  è un errore usare innumeri al plurale femminile: bestie innumeri, invece di dire bestie innumere.

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inoltràre  »  i puristi della lingua italiana considerano erroneo l'uso transitivo di questo verbo, usato per significare "trasmettere una domanda, un istanza", e simili: inoltrare istanza di grazia, inoltrare una domanda. Tale utilizzo sconsigliato avviene soprattutto nel linguaggio burocratico, spesso poco rispettoso del lessico e della grammatica.

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inondàto  »  è da evitare l'uso della voce come sostantivo maschile: ad esempio, gl'inondati, per indicare le vittime di un'inondazione.

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in realtà  »  è una locuzione congiuntiva che significa: sul piano dei fatti, effettivamente. In base alla frase, essa può assumere valore di conferma con il significato di "infatti", oppure può assumere un valore avversativo-limitativo con il significato di "però". In sostanza, si tenta di riportare a verità una affermazione falsa o incompleta. Nel linguaggio colloquiale, quotidiano, se ne fa spesso abuso, dimenticandone la funzione logica e cioè la contestazione della veridicità di un evento o di una asserzione, oppure il totale o parziale oscuramento dei fatti. Si tratta di un utilizzo poco attento che può esporre anche a conseguenze legali quando si scrive. Ad esempio, può accadere che un saggio presenti in prima pagina la bibliografia a cui si fa riferimento e che un lettore ne commenti un brano iniziando il periodo con la locuzione "in realtà" senza avere controllato che il suo intervento non sia una confutazione, ma una semplice integrazione, non sufficiente a sminuire l'attendibilità di quanto scritto nel saggio dove sono specificate le fonti da cui sono state attinte le informazioni. In questo caso, il lettore potrebbe andare incontro a una querela per diffamazione o, quanto meno, rischia di mostrare trascuratezza nel linguaggio. Quindi, è bene usare tale locuzione con parsimonia e soltanto quando si ha intenzione di effettuare una ben fondata contestazione.

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insieme  »  preposizione impropria che, innanzi al nome, vuole la preposizione propria con e non a, come molti usano erroneamente: si dovrebbe dire insieme con voi e non insieme a voi.

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insolvíbile  »  è errato usarlo per intendere "debitore che non può pagare"; si deve dire insolvente.

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intànto  »  erroneo usare per intanto, invece del semplice intanto: Intanto (non: per intanto) contentatevi di questo.

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integro  »  ha il superlativo assoluto irregolare: integerrimo. Significa: onestissimo, incorruttibile.

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interdétto  »  è erroneo usarlo nel senso di turbato, sconcertato, sorpreso dolorosamente: a sentirmi dire questo sono rimasto interdetto.

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interessàre  »  è meglio evitare di dire interessare alcuno a fare una cosa, al posto di fargli premura, istanza, sollecitarlo, pregarlo e simili.

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intermediàrio  »  non è corretto dire: per l'intermediario del tale, invece di per mezzo del tale, oppure grazie all'intermediazione di.

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interpolàre  »  è erroneo usarlo nel senso generico di frammettere, mescolare.

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interrogazioni indirette  »  vogliono il verbo all'indicativo quando si è certi della risposta affermativa; vogliono il verbo al congiuntivo quando si è in dubbio sulla risposta o l'interrogante sa che è vero il contrario di ciò che domanda.

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intéso  »  erroneo dire mal inteso interesse, e simile, per non vero, falso; invece di ben inteso che è preferibile usare "purché", "a patto che", ecc.

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intimidíre  »  è preferibile non usarlo per intendere "mettere timore"; è meglio dire intimorire, impaurire, minacciare, sopraffare.

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intra  »  è una preposizione che, usata come prefisso per comporre parole, richiede dopo di sé la consonante semplice, come intraprendere, intromettere; ma la vuole doppia, invece, con venire: intravvenire; e talvolta anche con vedere (è corretto dire sia intravedere che intravvedere).

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invece  »  è inutile rinforzarlo con mentre: Credevo tu avessi detto la verità, mentre invece avevi mentito. Basta dire mentre avevi mentito, oppure invece avevi mentito.

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invèrso  »  erroneo scrivere fare l'inverso, per "fare il contrario", "fare tutto il contrario".

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irruènte  »  erroneo dire, come molti fanno, irruento, essendo originariamente un participio presente del verbo irruere. Quindi, si dovrà dire è un uomo irruente (e non "irruento").

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ispiràre  »  è preferibile evitare di usarlo nel senso di "dar suggerimenti" e simili. Ad esempio, il governo ispira i giornali ufficiosi; lasciarsi condurre da un sentimento (ispirarsi a sentimenti d'amore). Il significato del verbo è propriamente quello di infondere nell'animo un pensiero, un sentimento.

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ispirazióne  »  evita di usarlo nel senso di consiglio, suggerimento.
Lettera L
légna  »  è un sostantivo femminile che ha due plurali legna, legne e che indica il legname da ardere. Il sostantivo maschile legno (plurale legni) indica invece la materia, la parte più dura del tronco o dei rami degli alberi, con cui si fabbricano oggetti vari.

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lei  »  nel dare del lei a una persona, i verbi concordano col pronome di terza persona; ma gli aggettivi ed i participi concordano con la persona reale anziché col pronome; e perciò vanno al maschile quando si tratta di uomo: Mi avevano detto, signor professore, che lei era partito.
La stessa concordanza dovrebbe aver luogo con Eccellenza, Maestà, Santità; tuttavia, in questo caso, è ammessa anche la concordanza col titolo anziché con la persona reale: Vostra Santità è stata benevola con me.

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livellàre  »  evita di usarlo in senso figurato: livellare gli impegni, la morte livella tutti e simili, invece di pareggiare, eguagliare, mettere alla pari. Così è meglio non dire le spese si livellano con le entrate; più correttamente si dovrebbe dire si pareggiano.

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lo  »  particella pronominale personale, che si usa soltanto come complemento oggetto invece di lui: Io lo vedrò domani; Tu lo conoscerai. Può essere anche particella pronominale dimostrativa, significando questa o quella cosa, ciò: Lo puoi dire a me; Fallo per tua madre.
Non è corretto l'uso di lo come soggetto di una frase (Lo si sapeva già prima); più correttamente si dovrebbe dire Questo lo sapevamo già prima. Nel significato di tale è una voce sconsigliata dai puristi: egli è sciocco, ma tu non lo sei; secondo i puristi si dovrebbe dire: ma tu non sei tale.

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lo  »  seconda forma maschile dell'articolo determinativo, che fa al plurale gli e che si usa dinanzi a nome cominciante per vocale, per s impura, z, x, gn, ps: lo scolaro, gli scolari; lo zaino, gli zaini.
È erroneo usarlo davanti a suocero (lo suocero), che è un nome cominciante con s semplice.

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loro  »  pronome di terza persona, usato di regola solo nei casi obliqui, con le preposizioni di e a, espresse o sottintese: ho dato a loro, ho dato loro.
Quando il soggetto è plurale, questo pronome può sostituire : I ragazzi si vestono da sé, o da loro.
Nel parlare familiare, quando si vuole mettere in rilievo un contrasto, si usa loro in funzione di soggetto (Noi fummo invitati, loro furono invece dimenticati). Lo stesso uso di questo pronome si trova quando è posto dopo il verbo (Lo faranno loro; Questo lo sanno loro).
Si usa anche come predicato dopo i verbi essere, sembrare, parere e simili: Non sono loro; Non sembrano più loro; Paiono loro, da lontano.
È sconsigliato dire il di loro padre, la di loro madre, poiché è uso burocratico e poco scorrevole; le forme esatte sono: il loro padre, la loro madre.

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lui  »  pronome di terza persona, adoperato di regola nei casi obliqui, specialmente dopo una preposizione (sono stanco di lui, sono andato con lui); o nelle esclamazioni: beato lui!.
Si adopera anche come predicato dopo i verbi essere, sembrare, parere e simili (non sembra più lui); o come complemento oggetto, invece di lo, quando si voglia dare a questo un particolare rilievo: accuso proprio lui (più efficace che non: lo accuso).
Il pronome "lui" si adopera come soggetto nel parlare familiare, o quando vi sia opposizione tra due soggetti, o quando il soggetto sia posto dopo il verbo: lui dice di no, ed io di sì; lo saprà lui.
Si usa ancora "lui" nelle proposizioni implicite, cioè col verbo all'infinito, al participio, al gerundio: a sentir lui, noi avremmo torto; contento lui, contenti tutti; guardando lui, ricordavo suo padre.
Bisogna evitare di dire: il di lui avere (la forma corretta è: l'avere di lui).

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luògo  »  è preferibile evitare di dire aver luogo, per intendere "accadere", "succedere", "farsi".
Lettera M
ma  »  è una congiunzione avversativa che, nel linguaggio familiare, si rafforza spesso con però: ma però. Tuttavia, questa è una forma scorretta, perché le due particelle hanno lo stesso significato; basta il semplice ma o il semplice però.

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machiavèllico  »  è errato scrivere questo e gli altri derivati con doppia c e così anche il nome del Machiavelli, in quanto l'etimologia del cognome è mali chiavelli, cioè tristi chiodi.

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magazzíno  »  errore per intendere bottega dove si vende al minuto: magazzino di mode; è anche un errore dire magazzeno, invece di magazzino, dal francese magazin.

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magnífico  »  ha il superlativo assoluto irregolare: magnificentissimo.

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mai  »  avverbio di tempo che significa una volta, qualche volta, quando che sia. Scorretto è l'uso che molti fanno di mai in senso negativo, senza che sia preceduto dalla negazione: mai lo farò; più correttamente si dovrebbe dire "non lo farò mai". Frequente è la forma interrogativa: lo faremo mai? che propriamente significa "lo faremo una buona volta?"
Va comunque detto che è tollerato, sebbene poco elegante, l'uso del mai in senso negativo, nei casi in cui preceda il verbo: Mai lo farò.

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maiuscola  »  la lettera maiuscola si usa all'inizio del periodo o come iniziale dei nomi propri. Dopo il punto esclamativo o interrogativo si può usare la minuscola, se il periodo continua. I titoli d'onore come Re, Granduca, Ministro, ecc. si scrivono con l'iniziale maiuscola e così pure gli appellativi di Dio. Tuttavia, quando questi titoli siano seguiti da nome proprio, diventano aggettivi e vogliono l'iniziale minuscola: re Umberto, il ministro Cavour, il papa Benedetto XVI, il dio Apollo.
Similmente vogliono la maiuscola gli aggettivi indicanti patria e origine, quando siano sostantivati; però, quando si tratta di semplici aggettivi (cioè nel caso in cui siano accompagnati da un nome) si dovrà usare la minuscola: un Francese, i Tedeschi, un Milanese (primo caso); una donna francese, un giovane tedesco, un commerciante milanese (secondo caso).

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maledíre  »  sono erronee le forme maledivo invece di maledicevo; maledissi (congiuntivo) invece di maledicessi; maledì invece di maledisse.

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malgràdo  »  è usato bene quando viene riferito a persone vive e volenti: malgrado tua madre, scrissero a tuo fratello. È errato l'uso di malgrado, invece di nonostante, quando si riferisce a cose o ad azioni: nonostante la piogga (non si dovrebbe dire "malgrado la pioggia"), andammo al campo sportivo.
Va posposto ai pronomi personali: mio malgrado, suo malgrado, nostro malgrado.

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màmma  »  quando è accompagnato da un aggettivo possessivo, vuole sempre l'articolo; quindi, si deve dire: la mia mamma ed è un errore dire mia mamma.

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mancàre  »  è verbo intransitivo; quindi, è un errore dire: mancare il colpo, mancare la promessa. Invece, si dovrebbe dire: fallire il colpo, non mantenere la promessa o mancare alla promessa.
Nel senso di commettere una mancanza vuole l'ausiliare avere: in quella circostanza posso aver mancato. Nel senso di venir meno, non essere presente, vuole l'ausiliare essere: è mancato il tempo; è mancato alla riunione.

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marcàre  »  secondo i puristi, è meglio evitare di usarlo nel senso di notare, segnare: marcare i punti, marcare i contorni; o nel senso di caricare, accentuare: marcare la voce; o, come nel gergo militare, marcare visita invece di darsi per ammalato.

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marcàto  »  per i puristi è preferibile evitare di usarlo nel senso di distinto, forte, accentuato, vigoroso, caricato, rilevato: voce marcata, forme marcate.

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marciàre  »  è meglio evitare di dirlo di una persona sola, invece di andare, camminare; come anche nelle frasi marciare in carrozza, da gran signore e simile; peggio poi sarebbe dire l'automobile o il treno marciava.

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maritàre  »  è erroneo (oltre che improprio), perché francesismo, detto di uomo, invece di dire correttamente "ammogliarsi".

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me  »  è pronome personale di prima persona e si usa sempre come complemento (la forma del pronome singolare, usato come soggetto, è io). Come complemento oggetto dà rilievo al concetto che si vuole esprimere: "hanno offeso me" è più efficace di mi hanno offeso.
Me si usa pure nelle esclamazioni (Povero me!, Beato me!) e dopo le preposizioni (aveva parlato con me; si è ricordato di me; voleva raccontarlo a me).
È usato come soggetto soltanto nelle comparazioni dopo come e quanto: è abile come me; ne sapeva quanto me. Viene adoperato anche come predicato, dopo i verbi essere, sembrare, parere e simili: egli non è me; parevi tutto me. Però, se il soggetto della proposizione è io, come predicato si deve usare la forma soggettiva: non sembro più io; sarebbe un errore dire "non sembro più me".
Nelle proposizioni implicite, formate da un participio passato, si può usare indifferentemente tanto la forma soggettiva quanto la forma oggettiva: partito io o partito me, le cose si aggiustarono; tuttavia, oggi si usa solitamente la forma soggettiva: tornato io, tutti ripresero a lavorare.

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medesimo  »  può indifferentemente precedere o seguire il nome: aveva il medesimo vestito; ho comprato quel libro medesimo. Se usato col pronome , questo si può usare senza accento, anche se al plurale bisogna sempre scrivere: sé medesimi. Con i pronomi personali ha valore rafforzativo: offese me medesimo; danneggiò sé medesimo.

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mediocrità  »  è bene non adoperarlo nel senso di persona mediocre, perché è erroneo l'uso dell'astratto per il concreto: quel professore è una mediocrità; più semplicemente si dovrebbe dire "quel professore è mediocre".

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meno  »  avverbio di quantità, che può acquistare talvolta senso negativo, come nella frase fare a meno di compiere una cosa; ma è sbagliato usarlo nel senso di un semplice no, come nella frase: scrivimi se vieni o meno; dirai se vieni o no.
Altri modi considerati erronei dai puristi: a meno di, a meno che, invece di eccetto, fuorché e simili: Erano tutti presenti, meno il Sindaco (sarebbe meglio dire fuorché il Sindaco); quanto meno, invece di almeno; senza meno, invece di certamente, senza dubbio.

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ménte  »  va evitato il modo di dire a mente dell'articolo ecc., invece di dire correttamente "secondo quanto dispone l'articolo", "in conformità", ecc.

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mentecàtto  »  aggettivo e sostantivo maschile che deriva dal latino "mente captus". Significa "infermo di mente", "pazzo". A volte viene usato erroneamente per intendere "straccione", "poveraccio". mestière  »  è meglio evitare di dire mestieri per intendere "faccende domestiche", poiché è una voce dialettale lombarda.

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metereològico  »  forma errata dell'aggettivo meteorològico riferito alla meteorologia, cioè ai fenomeni che si verificano nell'atmosfera.

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mèzzo  »  aggettivo che resta invariato e non si accorda col nome a cui si accompagna quando gli viene posposto; quindi, si deve dire una mezza mela. In questo caso, invece, si usa "mezzo": sono le ore tre e mezzo, perché esso è considerato avverbio e non aggettivo.
Quando significa metà, rifiuta l'articolo e vuole invece che lo abbia il nome a cui si accompagna: a mezzo il colloquio, a mezzo il cielo. Usato col significato di dimezzato, si accorda col sostantivo come un qualsiasi altro aggettivo e prende l'articolo: una mezza mela, le mezze figure.
Da evitare nel senso di averi, sostanze: uomo di mezzi, uomo di molti mezzi, di molti denari; e così pure evita di dire mezzi vocali, per voce; a mezzo del tale riceverete ecc., invece di "per mezzo del tale".

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míca  »  è usato come particella rafforzativa di una negazione: Non l'ho mica visto; Non lo so mica, io!. Si deve però usare sempre con la negazione. Dunque, non si dovrebbe dire "Mica l'ho chiamato" ma, piuttosto, "Non l'ho mica chiamato".

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miètere  »  non segue la regola del dittongo mobile, poiché conserva il dittongo anche nelle voci in cui non vi cade l'accento.

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miglióre  »  bisogna ricordare che, essendo già comparativo, non consente comparazione; quindi, è necessario evitare di dire più migliore.

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mille  »  ha il plurale irregolare: mila.

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misero  »  ha il superlativo assoluto irregolare: miserrimo.

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misúra  »  secondo i puristi è preferibile non usare questa voce nel senso di provvedimento, partito, risoluzione: misure di polizia, è stata una buona misura; si può invece usare per "cautela", "precauzione": ha preso tutte le misure per condurre a fine questo lavoro.

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mobilia  »  sostantivo femminile che indica l'insieme delle masserizie di una casa. Non è corretto il maschile mobilio; è poco usato il plurale mobilie, poiché mobilia è considerato, per il suo significato, nome collettivo, già indicante pluralità.

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modalità  »  sebbene di uso comune, è preferibile evitare di dirlo nel senso di modi, forma, accessorio, accidente, circostanza, particolare: non è appropriato dire dobbiamo fissare nel contratto le modalità della consegna.

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modello  »  è un sostantivo maschile e quindi è erroneo dire famiglia modello, scolaro modello; piuttosto, si dovrebbe dire un modello di famiglia, un modello di scolaro.

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moglie  »  irregolarmente, al plurale fa mogli.

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molto  »  aggettivo o avverbio che ammette il superlativo assoluto moltissimo; ma non il comparativo, né il superlativo relativo. Quindi, è un errore dire più molto, il più molto.

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motivo per cui  »  brutta locuzione da evitare; sarebbe meglio dire: perciò, pertanto, per questo.

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mozióne  »  secondo i puristi della lingua italiana è francesismo da evitare, nel senso di "proposta fatta in un'assemblea deliberante", "interpellanza", ecc.: mozione d'ordine, cioè proposta riguardante l'ordine della discussione.

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munifico  »  ha il superlativo assoluto irregolare: munificentissimo.
Lettera N
ne  »  particella pronominale che significa di lui, di lei, di loro e, in alcuni casi, anche di ciò, di questo, di quello: Ho letto il libro, ora te ne faccio un riassunto. Talora ha valore neutro, riferendosi ad un'intera frase: Questo me lo ha detto, ma non ne sono convinto (= di ciò non sono convinto).
Essa si può usare anche quando sia espressa, nella stessa proposizione, la parola a cui si riferisce: di sciocchi ne ho visti tanti. Si pospone e si unisce all'interiezione ecco e ai verbi di modo imperativo e infinito; quando si unisce a forme tronche del verbo, raddoppia l'iniziale. Alcuni esempi del primo e del secondo caso: Eccone due che arrivano; Ho udito dirne meraviglie; Dinne male! Fanne ricerca!. Quando nella frase vi è altra particella pronominale, ne si pone in seconda posizione: Me ne andavo; Te ne eri accorto.

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necessitàre  »  è preferibile non usarlo in forma impersonale, al posto di "bisognare", "essere necessario": necessita far presto.

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neòfito  »  è un errore scrivere neofita, come tuttavia spesso si scrive.

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nessuno  »  niuno, nulla, niente, quando precedono il verbo di modo finito, bastano da soli a far negativa la proposizione: nessuno poteva vederlo; niente poteva smuoverlo; nulla gli sta bene. Ma, quando sono posposti al verbo, vogliono sempre la negazione: non è venuto nessuno; non c'è niente; non voglio nulla.

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neutralizzàre  »  secondo i puristi è meglio evitare di dirlo in senso figurato nel significato d'impedire, paralizzare, rendere vano, correggere, mitigare, moderare, rintuzzare, compensare, annullare e simili.

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niente  »  (Vedere NESSUNO).

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niuno  »  (Vedere NESSUNO).

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nomi  »  alcuni nomi che sono maschili al singolare diventano femminili al plurale: l'uovo, le uova; il paio, le paia; il centinaio, le centinaia; il migliaio, le migliaia.

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nomi composti  »  in genere fanno il plurale come se fossero semplici: arcobaleno, arcobaleni; francobollo, francobolli.
Attenzione, però, ai seguenti casi.
a) I nomi composti dalla parola capo e da un altro nome fanno il plurale di capo e lasciano invariato l'altro nome: capostazione, capistazione; capofila, capifila; caposquadra, capisquadra.
Eccezioni: capocomici, capogiri.
b) I nomi composti da un sostantivo e da un aggettivo mutano le desinenze di entrambe le parole: mezzaluna, mezzelune; cassaforte, casseforti; pannolino, pannilini; bassorilievo, bassirilievi, ecc.
c) I nomi composti da forme verbali, seguiti da sostantivi plurali o da un'altra forma verbale o da un avverbio, restano invariati: i portalettere, i saliscendi, i tressette, i viavai.
d) I nomi, di genere maschile, composti da una forma verbale, da un avverbio, o da una preposizione seguita da un sostantivo femminile, restano invariati: i bucaneve, i buttasella, i parapioggia.
Nei casi dubbi sarà bene consultare il vocabolario.

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nomi propri  »  non si deve dire, perché erroneo, un uomo a nome Giovanni; ma invece bisognerebbe dire di nome Giovanni, o per nome Giovanni.
I nomi maschili non vogliono l'articolo, se non quando:
a) siano al plurale: gli Scipioni, i Pietri;
b) siano accompagnati da aggettivo: il grande Raffaello;
c) siano il titolo di un'opera d'arte o letteraria: il Mosè, l'Amleto;
d) stiano al posto dell'opera d'arte di un autore: un Raffaello, un Tiziano.
In tutti gli altri casi è un errore usarlo con l'articolo e dire, come avviene in certi dialetti: il Carlo, l'Agostino.

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nominatívo  »  non va usato come sostantivo nel significato di nome: mi ha dato un nominativo sbagliato; è più corretto dire un nome sbagliato.

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non  »  talvolta non ha senso negativo, ma semplicemente senso di dubbio: Non sapete che siamo tutti mortali? E così pure dopo i verbi che indicano timore, dopo la frase poco mancò e simili: temo che non si sia smarrito; dubito che non abbia capito; poco mancò che non rimanesse schiacciato; per poco non moriva.
È un errore omettere la negazione non quando nessuno, niuno, nulla, niente sono posposti al verbo: io so nulla, uomo che è buono a nulla; più correttamente si dovrebbe dire io non so nulla, uomo che non è buono a nulla. Invece, quando nessuno, niuno, nulla, niente precedono il verbo, la particella non si deve omettere: nessuno è venuto; è inoltre considerato un brutto francesismo dire non c'è di che per intendere niente, nulla, è cosa da nulla, specialmente rispondendo a chi ringrazia.

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nulla  »  (Vedere NESSUNO).

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nullità  »  per uomo da poco è scorretto, non essendo consigliato dai grammatici usare l'astratto per il concreto.

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número  »  è preferibile non usarlo nel senso di "qualità buona": è un uomo che ha molti numeri.

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nuotare  »  per questa voce (e per tutte le voci che da essa derivano) si fa eccezione alla regola del dittongo mobile, per non confonderla con la voce notare, da nota. (Vedere DITTONGO MOBILE).
Lettera O
oberàto  »  è un errore, perché superfluo, dire oberato di debiti (è meglio dire pieno di debiti); peggio è poi usarlo nel senso di carico; per esempio, oberato di lavoro.

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occórrere  »  preferisce l'infinito senza la preposizione di: occorre lavorare.

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ogni  »  è un aggettivo indefinito usato solo nel singolare; precede il nome e non può usarsi sostantivato: ogni uomo è mortale (è errato dire "di ogni" per intendere "di ogni genere").

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oltre  »  preposizione impropria che si costruisce a volte direttamente col nome che regge, altre volte con la preposizione: erano schierati oltre il fiume; oltre a non pagarmi, voleva avere anche ragione.

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omàggio  »  secondo i puristi è meglio evitare di dire in omaggio a, per intendere "riguardo a": in omaggio alla verità.

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ónde  »  avverbio di luogo che significa: di dove (torna onde sei partito).
Può essere anche congiunzione, significando affinché: Ti regalo questo libro onde tu possa trarne giovamento.
Scorretto è l'uso con l'infinito: Accorremmo sul posto per (e non "onde") recare aiuto ai feriti.

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onta  »  le locuzioni ad onta di o in onta a sono bene usate soltanto se la frase contiene l'idea di offesa e di vergogna: Ad onta dei tuoi nemici hai ottenuto un bel successo; In onta alle leggi vigenti, fu arrestato. In altri casi è bene usare "a dispetto di", "nonostante": Nonostante la pioggia (non bisogna dire "ad onta della pioggia") venne lo stesso.

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òpera  »  è bene evitare di dire capo d'opera (francesismo) invece di capolavoro.

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operàre  »  non è corretto l'uso di questo verbo nella forma riflessiva per avvenire, compiersi, farsi: si operò allora un miracolo. Correttamente si dovrebbe dire: si compì, si avverò, accadde un miracolo, ecc.

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opportúno  »  è criticato dai puristi l'uso della voce nel senso di necessario, conveniente: spese opportune.

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òrgano  »  i puristi sconsigliano di usarlo nel senso figurato di portavoce, interprete, o anche giornale: quel giornale è l'organo della pubblica opinione, gli organi del governo, gli organi del partito, ecc.

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ostensíbile  »  non va usato nel senso di cosa che può essere veduta, visibile: il regolamento è ostensibile nell'ufficio del segretario comunale.
Lettera P
pàio  »  sostantivo maschile che diventa femminile al plurale: le paia. Non si confonda con le voci del verbo parere (io pàio, che egli pàia).

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palpitànte  »  si consiglia di evitare la brutta frase palpitante d'attualità, per intendere "vivo", "attuale", "proprio del momento".

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parére  »  questo verbo (che appartiene alla categoria dei verbi indicanti dubbio e incertezza) può reggere la subordinata oggettiva con il verbo al modo congiuntivo: Pareva che tutto fosse finito. Quando è usato impersonalmente, la dipendente è una proposizione soggettiva, costruita talora senza la congiunzione che: Pare che i vostri amici siano bravi; Pare siano bravi i vostri amici.
Davanti all'infinito vuole la preposizione di: Pareva di sognare.

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particelle pronominali  »  sono le forme atone del pronome e possono dividersi in più gruppi:
a) mi, ti, si, ci, vi, si, che si usano come complemento oggetto o come complemento di termine invece di me, a me; te, a te; sé, a sé; noi, a noi; voi, a voi; sé, a sé, quando non occorra mettere in speciale rilievo il pronome (mi loda, mi dice);
b) lo, la, li, le, che si usano soltanto come complemento oggetto invece di lui, lei, loro: lo conosciamo, la devi aiutare, li abbiamo uditi;
c) gli, le, che si usano soltanto come complemento di termine invece di a lui, a lei.
Alcune di queste particelle, come ci, vi, lo, stanno anche al posto di ciò, a ciò: pensaci bene; non vi credere; fallo per me. Ci e vi possono essere anche avverbi di luogo.
Tutte queste particelle sono voci non accentate, cioè àtone, e si chiamano proclitiche se nella pronunzia si uniscono alla parola seguente, ed enclitiche se si uniscono alla parola precedente.
Esse si pospongono encliticamente al verbo nei modi imperativo, infinito, gerundio, participio; come anche alla parola ecco: fammi il piacere; devi farmi il piacere; facendomi il piacere; fattomi il piacere; eccomi. Tutte (tranne gli) raddoppiano la consonante iniziale se unite a voce tronca (dimmi, fatti, dicci, digli).

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partíta  »  i puristi consigliano di evitare di dire partita d'onore, per duello; partita di caccia, per cacciata; partita di piacere, per divertimento.

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pena  »  è erroneo dire non valere la pena. Correttamente si dovrebbe dire "non mette conto", sebbene vada sottolineato che la forma sconsigliata dai grammatici è quella ampiamente prevalente ed oramai comunemente accettata.

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penetràre  »  non dire penetrarsi di una cosa, per convincersene, investirsene, persuadersene.

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per  »  è preferibile evitare di dire è troppo astuto per essere ingannato; sarebbe più corretto dire "da poter essere ingannato"; cominciare o finire per (seguito da un infinito), invece di "cominciare o finire con". È da evita la fusione di per con gli articoli la, le,lo, gli (pella, pelle, pello, pegli).

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percepíre  »  è preferibile non usarlo nel senso di riscuotere, ricevere.

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perché  »  (o purché, sicché, affinché, ecc.) è una congiunzione, specificatamente di tipo causale. Nell'uso comune, sono poche le parole che vengono accentate; perché è una di esse. Pertanto, è opportuno utilizzare l'accento corretto, che è quello acuto (é) e non quello grave (è). Infatti, ad ogni accento corrisponde una determinata pronuncia: vocale chiusa con l'accento acuto e vocale aperta con l'accento grave. Benché in alcune regioni la pronuncia sia correntemente errata, la congiunzione "perché" (e quelle affini) richiede una pronuncia con la vocale finale chiusa (cioè, perché).

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perfettamente  »  è un errore usarlo nel senso di certamente, affatto e simili: Ho ragione? Perfettamente. Più correttamente si dovrebbe dire: certamente. Ad esempio, Questa è una proposta perfettamente inutile (forma errata); più esattamente si dovrebbe dire: "completamente inutile", "del tutto inutile", "affatto inutile".

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perfetto  »  aggettivo che non prevede comparativo e superlativo, poiché esprime già il concetto al massimo livello possibile. A rigor di logica e di grammatica, è errato dire "più perfetto", "meno perfetto". Tuttavia, è spesso percepito come aggettivo di grado positivo e, di conseguenza, nell'uso comune, capita di leggere o ascoltare frasi come "Questo lavoro è più perfetto dell'altro".

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perméttere  »  secondo i puristi è preferibile evitare di dire permettersi una cosa, invece di prendersi la libertà di farla o dirla, osare, concedersi: mi permetto il lusso d'una passeggiata; mi permetto di dirle, oso dirle.

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personàle  »  erroneo l'uso per significare tutti coloro che costituiscono un ufficio o similmente gli impiegati, gli addetti, gli operai ecc.: il personale delle ferrovie. E così pure nella frase: la mia opinione personale, per la mia opinione, la mia propria opinione; sono tutti francesismi da evitare.

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persuadere  »  occorre evitare di usarlo nel senso di piacere, garbare, andare a genio: Quel signore non mi persuade.

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piacére  »  è da evitare il comune è con vero piacere che ecc.. Più correttamente si dovrebbe dire ti rivedo con vero piacere e simile. Dopo di sé, il verbo preferisce l'infinito senza la preposizione di: gli piaceva leggere.

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piàzza  »  secondo i puristi, è meglio non usarlo nel senso di posto: letto a due piazze. Nonostante ciò, alcune definizioni (come "letto a due piazze") sono oramai di uso comune ed accettate dai più noti vocabolari.

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piccànte  »  non usarlo nel senso di arguto, mordace, riferito a detto, discorso e simile.

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più  »  bisognerebbe evita di dire più lo correggo e peggio fa, invece di dire quanto più lo correggo tanto peggio fa; di più in più, invece che sempre più, sempre meglio; apparirà di più in più la sua infamia; senza più, invece che senz'altro; più tanto, più poco, invece che di più, di meno (dammene più tanto, più poco). Più correttamente bisognerebbe dire: dammene di più, dammene di meno. (Vedere COMPARATIVO e SUPERLATIVO RELATIVO).

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plurale  »  il plurale dei nomi si forma mediante il cambiamento della desinenza e precisamente:
a) i nomi maschili in -a, i maschili e femminili in -o, i maschili e femminili in -e assumono la desinenza -i;
b) i nomi femminili in -a assumono la desinenza -e.
Al di là di questa regola generale, si possono ricordare alcuni plurali irregolari.
I nomi che terminano al singolare in co, go tendono a mantenere anche al plurale il suono gutturale: stomaco, stomachi; dialogo, dialoghi, ecc. Tuttavia, vi sono numerose eccezioni: medico, medici, ecc.; alcuni di essi, poi, hanno tanto il plurale gutturale quanto quello palatale: chirurgo, chirurgi, chirurghi.
I nomi che terminano in ie sono invariabili al plurale: la barbarie, le barbarie; tranne moglie e superficie che fanno mogli e superfici.
I nomi che al singolare terminano in cia, gia (senza l'accento sull'i) hanno il plurale in cie, gie, se davanti a tale terminazione c'è una vocale; e lo hanno invece in ce, ge, se hanno una consonante: guancia, guance, scheggia, schegge; ciliegia, ciliegie.
I nomi in ologo terminano al plurale con ologi: teologi, sociologi, ecc.
Gli aggettivi in ico terminano al plurale con ici: benefici, magnifici, ecc.
I nomi in io conservano l'i al plurale se accentato e lo perdono se atono: oblío, oblíi (la conservano); studio, studi (la perdono).
Eco, che è maschile e femminile al singolare, è sempre maschile al plurale e fa: echi. Belga al plurale fa Belgi al maschile e Belghe al femminile.

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pneumàtico  »  è un sostantivo maschile che indica la "cerchiatura elastica per ruote di veicoli, costituita da un involucro inestensibile e deformabile realizzato in mescola, nel cui interno si trova aria in pressione" (Vocabolario Treccani). Il significato non presenta problemi, perché si tratta di un oggetto che fa parte della quotidianità. Gli errori si verificano quando si antepone l'articolo (indeterminativo o determinativo) al sostantivo. Infatti, accade spesso di leggere o dire "il pneumatico", oppure "i pneumatici", oppure "un pneumatico". L'italiano corretto, invece, impone di dire e scrivere "lo pneumatico", "gli pneumatici", "uno pneumatico", poiché davanti ai nessi consonantici complessi (st-, pn-, ps-, pt-, ct-, mn-, ft-), ai nomi che iniziano con la lettera z, o con la lettera s palatale (sci- e sce), o con la lettera n palatale (gn- di gnocco), o con la lettera x, la norma prescrive l'uso di lo/gli e di uno/degli.

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pòco  »  ammette il superlativo assoluto pochissimo; ma non ammette né il comparativo più poco, né il superlativo relativo il più poco.
è errore dire poco a poco; la preposizione a deve essere ripetuta innanzi a tutt'e due i temini; dirai perciò a poco a poco; per poco (nel senso di quasi) e poco mancò vogliono sempre la negazione non; perciò non dirai per poco cadevo, poco mancò che cadessi; ma invece per poco non cadevo, poco mancò che non cadessi.

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poggiàre  »  è un errore usarlo nel senso di posare.

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pólpo  »  è un errore comune confondere il polpo con il polipo.

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pòrco  »  al plurale fa irregolarmente pòrci.

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portàre  »  non si dovrebbe dire portare a cognizione, portare attenzione, portarsi in un luogo (locuzioni frequenti nel linguaggio burocratico); più correttamente si dovrebbe dire rendere noto, porre o prestare attenzione, andare.

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portàto  »  per i puristi è da evitare nel senso di disposto, propenso, incline: era un giovane portato per il disegno.

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posàre  »  non va usato nel senso di darsi l'aria, darsi delle arie: è un giovane che posa a grande uomo. Più correttamente, si dovrebbe dire: che si dà l'aria di un grande uomo, che si atteggia a grande uomo.

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posizióne  »  è voce ripresa dai puristi nel senso di stato, condizione, congiuntura, grado: farsi una bella posizione; è ripresa anche nel senso burocratico di pratica, inserto, fascicolo, incartamento riguardante un affare o una persona.

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potere  »  (Vedere AUSILIARE).

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praticàre  »  è sconsigliato dai puristi l'uso di praticare per "fare": praticare un taglio e simile; è più corretto dire "tagliare", ecc.

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precisamente  »  è un improprio usarlo nel senso di proprio così, per l'appunto: Avevo ragione io? Precisamente.

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prèndere  »  non si dovrebbe dire prendere atto; più correttamente si dovrebbe dire: prendere nota.

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presènza  »  non usarlo per esistenza: in quell'acqua è stata riscontrata la presenza di bacilli del tifo. Più correttamente si dovrebbe dire in quell'acqua è stata riscontrata l'esistenza di bacilli del tifo; e così è meglio evitare di dire in presenza del pericolo (è più corretto dire "dinanzi al pericolo").

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presidènte  »  è un francesismo usare il maschile presidente anche per la donna che abbia tale incarico; bisognerebbe dire presidentessa.

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presièdere  »  è scorretto usarlo come transitivo: presiede una seduta, un'assemblea; bisogna dire "presiede a un'assemblea". Conserva il dittongo ie anche nei tempi in cui non vi cade l'accento; quindi, la forma corretta è presiedo, presiedevo.

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pro  »  è un errore mettervi l'apostrofo quando significa vantaggio, profitto; si apostrofa solo quando significa prode, come segno dell'apocope.

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pro  »  preposizione usata come prefisso per comporre parole, nel qual caso vuole sempre la consonante semplice dopo di sé, come in proporre, progredire, ecc. Va fatta eccezione per il verbo vedere, in unione al quale fa provvedere (e naturalmente anche nei derivati: provvidenza, provvista ecc.).

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problemàtica  »  è un sostantivo femminile che indica un insieme di problemi connessi fra loro, relativi a un determinato argomento. Nel linguaggio comune se ne fa spesso un uso improprio, errato, quando ci si riferisce a una specifica difficoltà, a una questione non facilmente risolvibile; in questi casi va usato il vocabolo problema.

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prodúrre  »  bisognerebbe evitare di usarlo al riflessivo nel senso di presentarsi al pubblico, comparire sulla scena.

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produzióne  »  è bene non usarlo per attività creatrice, opera prodotta dall'ingegno: autore di scarsa produzione; né per lavoro teatrale: si recita una buona produzione.

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professoréssa  »  è un francesismo criticato chiamare professore anche la donna che professa l'insegnamento.

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prospettíva  »  è meglio non usare questa voce al posto di previsione, probabilità di avvenimenti e simili: vivere così non è una bella prospettiva; la prospettiva di un triste avvenire.

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ps  »  in principio di parola deve avere, secondo l'opinione prevalente, lo stesso trattamento della s impura; quindi, si deve dire lo psicologo, gli psichiatri, quegli psicologi ecc.. Tuttavia, non mancano coloro che ritengono si tratti di un gruppo di lettere non dissimile da pr, pl; perciò, secondo alcuni, si dovrebbe dire il psicologo, i psichiatri, quei psichiatri (Vedere S IMPURA). Comunque, l'uso consolidato è il primo accennato (lo psicologo, ecc.).

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punto  »  usato come avverbio nel senso di affatto rafforza la negazione, ma è erroneo usarlo senza negazione, come: l'ho veduto punto; correttamente bisogna dire non l'ho veduto punto.